Notizie storiche su Santa Maria in Selva  1498

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Cosa dicono i documenti

Il più ampio concentrato di notizie storiche su Santa Maria in Selva si trova, da pag. 78 a pag. 82, nello studio pubblicato da monsignor Otello Gentili nel suo "L'abbazia di S.M. di Chiaravalle di Fiastra", Ed. Herder, Roma 1978. Le riepilogo qui schematicamente e in successione cronologica:

 

Nell'Alto Medioevo, antenati di Adalberto, signore nel 1082 del castello di Ajano, avevano fatto costruire la chiesa di "S.Maria in silva"(1)nei pressi del loro castello, in mezzo a un bosco, in un pianoro chiamato "planu de Ara Grani ".

[1] L'origine della chiesa di Santa Maria in Selva è dunque antichissima, del sec. VIII-IX, quando nel Piceno arrivarono i Carolingi, vi si stanziarono i Franchi e  il territorio fu coperto da una fitta rete di castelli franchi, oggi quasi tutti distrutti. Per le ragioni che spinsero i signori d'Ajano a costruire e dotare la chiesa in "planu de Ara Grani vocatu", cioè in una radura nella foresta "chiamata pianoro dell'altare di Granno" vedi anche nota n° 3. 

 

S. Maria in Selva è citata in vari documenti posteriori al Mille (1042, 1072..)

 

Nel 1082 Adalberto, signore del sovrastante Castello di Ajano, non avendo successori, insieme alla moglie Adelberga, donò i suoi beni alla chiesa di S. Leopardo di Osimo e a Lotario, vescovo di quella città.

 

Nel 1096, papa Urbano II unì la chiesa di S. Maria in Selva all'abbazia di Rambona, concedendola all'abate Gislerio, insieme ai beni annessi alla chiesa, che già appartenevano alla Basilica di San Pietro di "Roma".(2) Poiché erano stati gli antenati di Adalberto a costruire la chiesa, il papa, cedendola all'abbazia di Rambona, fece obbligo al suo abate, di continuare a versare un'annua pensione ad Adalberto.

[2] Non si tratta dell'attuale Basilica di San Pietro in Vaticano, ma di un'antica basilica in onore di San Pietro, fatta costruire nel sec. VIII da Pipino il Breve, padre di Carlo Magno, sulla sommità del Mons Ulmi, intorno alla quale si sviluppò poi l'attuale Corridonia. Nei pressi di quest'antichissima basilica carolingia, quando Carlo Magno divenne imperatore, sorse la "nuova Roma" carolingia. Questo fece sì che la basilica di San Pietro, in Val di Chienti, fu anche chiamata chiesa di San Pietro a "Roma", e fu poi confusa con quella del Vaticano. Durante la "Lotta per le investiture" tra Gregorio VII ed Enrico IV, la basilica di S. Pietro in Val di Chienti era stata ridotta a fortezza dai partigiani del papa. Fu espugnata da Goffredo di Buglione che vi penetrò da una finestra e quindi distrutta o gravemente danneggiata. Questo spiega come terre della Basilica sul territorio del Castello d'Ajano, erano state annesse a S.Maria in Selva. Otello Gentili riferisce, nel suo citato studio, che una "carta" fiastrense (Archivio di Stato di Roma, fondo fiastrense, cass.138-169, n. 2209; CF, p. XII), senza data, ma attribuita alla fine del 1200, riporta un elenco di documenti comprovanti che la chiesa di S. Maria in Selva era di proprietà della Basilica di San Pietro, a "Roma".   

 

Nell'anno 1140 Ioczorammo, figlio di Alberico, donò ai cistercensi di Fiastra, nel piano dell'antica Recina, alla confluenza del Potenza col torrente Menocchia, 50 modioli di terra, e undici anni dopo, il 2 luglio 1151 l'abate di Rambona donò la chiesa di S.Maria in Selva, con tutte le sue pertinenze, all'abate Bernardo di S. Maria di Chiaravalle di Fiastra.

 

Diede la sua approvazione perché la chiesa di Santa Maria in Selva passasse dall'abbazia di Rambona a quella di Chiaravalle di Fiastra, anche Grimaldo, vescovo di Osimo, che estendeva la sua giurisdizione fino alla Valle del Potenza, cioè a parte dell'attuale Maceratese. Da questo documento risulta che Santa Maria in Selva era costruita nel pianoro chiamato planu de Ara Grani"(3)

[3] Come sul versante destro del Potenza i "pagani", cioè i contadini dei "pagi"(villaggi) avevano perpetuato, anche dopo il trionfo del Cristianesimo, il culto della loro antica Dea Bona, così i pagani del versante sinistro avevano perpetuato il culto del Dio Granno in un bosco (lucus) a lui sacro. Il dio Granno, in epoca romana, aveva avuto un celebre santuario sul territorio dell'attuale Urbisaglia. Per convertire al Cristianesimo gli abitanti dei pagi, ancora pagani, il monachesimo medioevale attuò in genere la seguente strategia: trasformò in luoghi di culto cristiano i luoghi di culto   pagani, mantenendo però intatte le locali tradizioni di pellegrinaggio, di ritrovo per festività religiose, di mercato.   

 

L'abate cistercense Bernardo, cui era stata fatta la donazione nel 1151, era nel frattempo divenuto papa col nome d'Eugenio III. Nel 1153, subito dopo essere divenuto papa, confermò la donazione che gli era stata fatta nel 1151, quando era ancora abate dell'abbazia di S.Maria di Chiaravalle ad Aquas Salvias,(4) come allora si diceva, cioè dell'abbazia di Fiastra, come si dice oggi.(5)

 (4)Vedi nota n° 14. Quando nel 1140 "ad Aquas Grani" nell'attuale Abbazia di Fiastra si stabilirono i cistercensi, riesumarono il termine paleocristiano e denominarono la loro nuova abbazia "Santa Maria di Chiaravalle "ad aquas Salvias". I cistercensi venivano dalla Francia, erano di tendenze politiche guelfe, e la locuzione ad Aquas Salvias si presentava politicamente neutra nei confronti dell'espressione ghibellina ad aquas Grani, utilizzata dalla curia imperiale fin dai tempi di Carlo Magno. Ciò creò le premesse perché l'antica 'Roma' carolingia fosse  chiamata Urbisaglia (=Urbs Salvia), e sia oggi confusa con la romana Urbs Salvia, già distrutta da Alarico nel 410. 

[5]  La presenza dei cistercensi di Fiastra a S. Maria in Selva è tuttora ricordata dal toponimo Chiaravalle, data a una vasta contrada dell'attuale parrocchia.

Con Pigolotto, che fu abate di S. M. di Chiaravalle "ad Aquas Salvias" dal 1170 al 1180, la "grancia" di Santa Maria in Selva conobbe un rapido sviluppo : nell'agosto 1172 fu donato un mulino sul Potenza; nel gennaio 1178 furono acquistati 15 moggia di terra, in cambio di un cavallo, stimato 8 lire (libbre) lucchesi; sempre nel 1178, Manasse e Tranquillo cedettero campi, selve e vigne in territorio di Ajano, pel compenso di due cavalli; nel 1179 fu acquistata una terra offrendo, come compenso, una "somara"; due mulini furono donati nel 1187, un terzo nel 1191. In seguito ad altre donazioni, acquisti o permute, la grancia di S. Maria in Selva arrivò a possedere 160 some di terra. Dal 1151 al 1198 più di cinquanta documenti si riferiscono a questa grancia. Nel 1212 l'abate Gisone concesse al sindaco del Comune di Montecchio, ora Treia, la facoltà di costruire dodici mulini nel territorio della grancia, sul Potenza. Altre terre e vigne furono donate al granciere fra' Savino dopo il 1221.

 

A ricordo della dipendenza della chiesa di S. Maria in Selva dal vescovo di Osimo, l'abbazia di Fiastra doveva versare al vescovo di Osimo una libbra di cera ogni anno.(6)

[6] Mons. Gentili riferisce che il castello d'Ajano, del quale rimangono ancora alcuni ruderi, rientrava nel territorio della diocesi di Osimo. Il castello aveva   un territorio ben determinato: esso sovrastava la collina ove sorgono tuttora i vecchi fabbricati della grancia cistercense. I confini di questa grancia sono riportati in un diploma di Ottone IV: "Dal fiume Potenza al torrente che scorre sotto il monte Zaro, e da questo al monte Acuto, poi, attraverso il castello di San Lorenzo, ritornano al fiume Potenza".  Praticamente i confini raggiungevano Montecassiano, Appignano, Treia e Pollenza: verso Recanati si congiungevano con i beni della grancia di Montorso.

 

L'abbazia di S.Maria di Chiaravalle di Fiastra dovette sostenere molte liti, per motivo di confini, con i Comuni di Montecchio (oggi Treia) e di Macerata.

 

Fin qui la documentazione fornita da mons. Gentili. I documenti da lui segnalati sono tutti posteriori all'anno 1000, ma nelle note ho anticipato che essi, qua e là, contengono accenni a un precedente periodo storico. Interpretandoli adeguatamente, possiamo collegarli ad altre notizie che troviamo altrove. Riemergono così dall'oblio antichi aspetti di vita e di storia locale, non solo di secoli immediatamente anteriori al mille, ma collegabili addirittura col primo secolo dell'era cristiana, quando lungo le valli del Chienti e del Potenza sorsero le prime comunità cristiane.

L'annuncio del Vangelo fu portata in queste valli dal romano San Marone. Marone aveva frequentato in Roma la prima comunità cristiana radunata intorno a San Pietro e si era fatto cristiano. Condannato poi, perché cristiano, ai lavori forzati sulle terre dell'attuale maceratese, n'era divenuto l'apostolo, vi era stato consacrato sacerdote e vi aveva concluso la vita col martirio. I primi cristiani piceni gli diedero sepoltura sul Montedoro, l'altura dove oggi sorge Urbisaglia, e per tre secoli ne venerarono il sepolcro. Nel 313 i cristiani, ottenuta libertà di culto dall'imperatore Costantino, vi costruirono sopra una basilica, le cui tracce sono forse quelle ancora presenti nelle fondamenta dell'attuale chiesa parrocchiale di Urbisaglia.

La primitiva chiesa di Santa Maria in Selva fu edificata in silva, cioè nel mezzo di una foresta, in un pianoro che un documento del 1151 chiama "planu de Ara Grani".

Ara Grani non significa in latino, come qualcuno ha tradotto, 'aia del grano'. Intanto grano si diceva in latino frumentum. La parola granum esisteva, ma significava chicco, granello; ancor oggi, riferendoci alla corona del Rosario, diciamo grani del Rosario. Sul documento Ara Grani è scritto a lettere maiuscole, e sarebbe perciò strano che si adoperassero le maiuscole per indicare un'aia del grano. E poi, pensare a collocare un'aia del grano nel bel mezzo di una foresta, penso sia un'idea che oggi può passare per la testa a qualcuno di noi, che scrive senza avere esperienza di vita contadina. Nel Medioevo, a chi viveva sui campi e apparteneva al mondo dei contadini, non sarebbe mai venuto in testa che per trebbiare il grano, i covoni dovevano essere trasportati, dai campi intorno all'abitato, nel folto di una foresta. I contadini, lo dice anche il proverbio, hanno sempre avuto "cervello fino".

La frase "planu de Ara Grani", fu scritta nel 1151, quando si scriveva ancora solo in latino, ma si cominciava già a parlare marchigiano: planu è marchigiano, ma Ara Grani è ancora latino. Per capire il preciso significato di Ara Grani è bene ricordare che le città romane, prima che si affermasse il Cristianesimo, dedicavano alle divinità pagane templi con colonnati grandiosi, ma la popolazione sui campi dedicava loro semplici arae (altari), su cui si offrivano sacrifici o più semplici offerte. Le pinturette delle nostre campagne sono in fondo il perpetuarsi, in epoca cristiana, di una tradizione già presente in epoca pagana. L'abbazia di Rambona, ad esempio, deriva il nome dal fatto che prima del Cristianesimo, dove sorge l'attuale chiesa, sorgeva un'Ara dedicata alla Dea Bona, una dea molto venerata presso le popolazioni agricole. Vi sorgeva perciò un'Ara Bonae, da cui nel Medioevo si ebbe ad Aram Bonae, e oggi Rambona. Ara Grani significava 'altare del dio Granno'. Un dio Granno ai tempi dell'antica Roma esisteva di sicuro, e aveva un tempio nei pressi dell'attuale Urbisaglia, meta di numerosi pellegrinaggi. Andò a chiedergli la grazia di rimettersi in buona salute anche l'imperatore Caracalla, che gli era particolarmente devoto. Lo scrittore greco Dione Cassio racconta quanto segue:

 

Nessuna divinità diede a Caracalla un qualche segno di guarigione del suo corpo o della sua psiche, sebbene egli onorasse tutte le divinità guaritrici importanti…. Non lo aiutarono né Apollo-Granno, né Asclepio, né Serapide, sebbene egli li pregasse con insistenza e continuità. Egli si recò personalmente da loro, offrendo preghiere, sacrifici e offerte votive e molti suoi incaricati viaggiavano ogni giorno con queste cose. Vi andò anche personalmente, per ottenere qualcosa con la sua presenza, e fece tutto quello che i devoti sono soliti fare, ma non ottenne nulla di ciò che sarebbe stato necessario per la sua salute. Dione Cassio. Histor. Rom. , Lib. LXXVII, cap.15.

L'antico dio italico Granno era stato assimilato dai Romani al dio greco Apollo, una delle massime divinità dell'Olimpo greco. Aveva il suo tempio in Val di Chienti, vicino all'attuale Urbisaglia, e Caracalla, imperatore romano dal 212 al 217 d. Ch., si recò pellegrino al tempio del dio Granno, sperando che le miracolose acque calde che sgorgavano nei pressi del suo tempio lo rimettessero in buona salute. Questo vuol dire che ancora nel III secolo d. Ch. il suo santuario riscuoteva venerazione presso i Romani, anche se ormai, nelle città dell'Impero romano, andava dilagando la nuova religione dei Cristiani, né riuscivano ad arginarla le feroci persecuzioni che alcuni imperatori, a cominciare da Nerone, scatenarono contro di loro. Caracalla morì nel 217 dopo Ch, quando da oltre cento anni il Cristianesimo era arrivato nelle valli del Chienti e del Potenza ad opera di San Marone, apostolo e protomartire del Piceno.

S. Marone portò il Cristianesimo nelle vallate del Chienti e del Potenza.

Le più antiche notizie su San Marone le troviamo negli Acta SS. Nerei et Achillei (7)e rinviano al tempo in cui a Roma sul trono imperiale sedeva Domiziano (81-96), della dinastia dei Flavi. Apparteneva alla famiglia dei Flavi anche Domitilla, giovanissima cugina dell’imperatore, "pecora nera" nella famiglia imperiale, perché cristiana. A Roma c'era già una comunità cristiana organizzatasi in seguito alla predicazione di San Pietro, martire nella persecuzione scatenata nel 64 da Nerone (54-68). Domitilla era orfana di padre e di madre. La allevava lo zio Flavio Clemente, zio anche dell’imperatore. Clemente, che fu poi vescovo di Roma dal l’aveva promessa sposa, già da bambina, ad Aureliano, di nobile famiglia senatoria, che con quel matrimonio avrebbe stretto vincoli di parentela con la famiglia imperiale, avrebbe messo le mani sul cospicuo patrimonio della fanciulla orfana e, chissà, avrebbe potuto aspirare a divenire imperatore dopo Domiziano, che già gli aveva conferito la carica di console.

[7] H. Achelis, Acta SS.Nerei et Achillei, Texte und Untersuchungen, XI, 2, Lipsia 1893.

Marone, insieme ai suoi amici Eutiche e Vittorino, cristiani anch‘essi, era ben inserito nell’ambito dei Flavi, almeno quel ramo della famiglia che si era convertito al Cristianesimo. Quando ormai Domitilla, poco più che una bambina, avrebbe dovuto sposarsi, alcuni, tra cui Marone, le consigliarono di non farlo, e Domitilla rifiutò di sposare Aureliano, che tanto contava su quel matrimonio e sul patrimonio della nobile orfana. Aureliano andò su tutte le furie e volle che Domitilla fosse punita, non perché aveva rifiutato di sposarlo (secondo la legge romana la fanciulla poteva rifiutarsi di sposare il suo promesso sposo), ma perché era cristiana. Domitilla era però una Flavia come Domiziano, l'imperatore suo cugino, che non poteva mettere a morte la cugina. Trovò un modo per cavarsi d’impaccio, pur rispettando le leggi persecutorie contro i cristiani: condannò Domitilla all’esilio su una bella isola del Tirreno fra Roma e Napoli, l’isola di Ponza. Ma è probabile che fosse un espediente concordato col console promesso sposo, perché la ragazza, allontanata dalla comunità cristiana di Roma e relegata su un’isola, ci ripensasse e consentisse alle nozze.

Domitilla si recò a Ponza, ed essendo una nobile della famiglia imperiale, fu accompagnata nel quasi esilio o quasi villeggiatura, da un seguito al suo servizio, ancelle e servitori, fra cui Nereo e Achilleo, due cristiani, che finirono però martiri a Ponza stessa, per contrasti con aderenti alla setta religiosa fondata da Simon Mago, diffusasi dall‘Oriente e ben radicata sull’isola. Nell’occidente dell‘impero romano, col paganesimo in totale crisi di credibilità, col continuo afflusso dall‘Oriente di militari, mercanti e schiavi, pullulavano ovunque svariate sette e movimenti religiosi di origine orientale. Accompagnarono Domitilla a Ponza, per curarne la formazione, anche i tre amici cristiani Marone, Eutiche e Vittorino, ai quali Aureliano raccomandò di convincere la ragazza a sposarlo.

A Roma intanto il potere dell’imperatore Domiziano degenerò in violenta dittatura, finché nel 96 fu ucciso, vittima di una congiura ordita da senatori. Il potere imperiale fu preso da Nerva (96-98), un senatore che attenuò le persecuzioni contro i cristiani e fece rientrare dall’esilio i perseguitati per motivi religiosi. Anche Domitilla poté rientrare a Roma col suo seguito, ma Aureliano, l’aspirante sposo di Domitilla, riconquistò potere politico e con Nerva divenne ancora una volta console. Non avendo potuto piegare Domitilla al suo volere, si accanì contro Marone, Vittorino e Eutiche, responsabili ai suoi occhi dello scacco matrimoniale subito. Li condannò come cristiani ai lavori forzati, ognuno in un suo diverso possedimento. Marone fu inviato sulla Salaria, a 130 miglia da Roma, perché zappasse tutto il giorno su poderi che Aureliano possedeva nel Piceno, ma egli, nonostante fosse trattato come schiavo, godeva di prestigio e aumentava il numero dei cristiani. Nel frattempo era divenuto sacerdote e compiva anche miracoli.

Il quadro storico fin qui delineato può essere considerato attendibile, ma nel corso del Medioevo la figura del santo si colorò di elementi chiaramente leggendari, anche se "leggendario" non significa necessariamente "falso", perché ogni leggenda si forma per trasformazione o rielaborazione di un nucleo originario corrispondente a verità. Comunque, il culto del martire San Marone mise salde radici nelle città romane lungo il corso del Chienti e del Potenza: a Septempeda, oggi San Severino, fu venerato e ricordato anche per aver guarito dall’idropisia il "procurator" della città. A Tolentino il suo culto è testimoniato dal fatto che è protettore della città insieme a San Catervo. Identica situazione si ritrova ad Urbisaglia, ove San Marone è ancor oggi comprotettore della cittadina insieme a San Giorgio; questo, forse, ha fatto attribuire a San Marone il miracolo della principessa liberata dal drago, altrove attribuito sempre a San Giorgio: alla foce del Chienti, un drago sarebbe emerso dal mare per mangiarsi una principessa, in questo caso la figlia del re di Urbisaglia, probabile evocazione popolare dei locali re carolingi. San Marone la salvò.

Nell'anno 100 dopo Cristo San Marone morì martire nei pressi del santuario del dio Granno.

Nell‘anno 100 dopo Cristo, a Roma Aureliano si convinse che per Marone non era sufficiente la condanna ai lavori forzati. Doveva morire. Il favore con cui le masse, nelle valli del Chienti e del Potenza, accoglievano il Cristianesimo, comprometteva gli interessi di chi viveva dei proventi del culto del dio Grannus, e anche quelli personali del console Aureliano, che in quelle valli aveva possedimenti e quindi interessi da tutelare.(8) A Roma dovettero anche giungere formali proteste e Aureliano inviò Turgio, un ex console suo amico, per far processare Marone. Avevano già tentato di linciarlo facendolo morire schiacciato da un grosso macigno ma, stando alla tradizione, non ci erano riusciti per la protezione di Dio. Turgio, in qualità di magistrato romano, fece applicare la legge, che per la condanna a morte di un cittadino romano prevedeva la decapitazione, e Marone fu decapitato. Gli antichi martirologi concludono il racconto del martirio con queste parole: il popolo cristiano prese il suo corpo e gli diede onorevole sepoltura. Era il 15 aprile dell‘anno 100.

[8]Aureliano aveva inviato Marone, Eutiche e Marcellino a zappare in tre distinti luoghi, su suoi poderi: quasi servos per sua praedia singulos divisit“. Dagli Acta SS. Nerei et Achillei, in Pietro Diletti, San Marone a Civitanova Marche, Ed. Ci-Erre, Civitanova 1993, pag. 84.

I cristiani poterono certamente dar sepoltura al corpo del martire, perché la legge romana, per il seppellimento dei morti prevedeva disposizioni da rispettare come sacre, emanate già nel periodo repubblicano di Roma, quando erano state redatte le leggi delle Dodici Tavole: Deorum Manium jura sancta sunto, i diritti degli dei Mani (dei defunti) siano rispettati come sacri.

Marone si era fatto araldo del vangelo sul territorio attraversato da quel tratto della Salaria che, diramandosi dalla valle del Tronto, raggiungeva le valli del Chienti e del Potenza, costeggiando i Sibillini. Subì il martirio sul territorio dell‘attuale Urbisaglia, ove sorgeva il santuario dedicato all‘antico dio italico Granno. Che il santuario al dio Granno sorgesse lungo la diramazione della Salaria, sul territorio dell‘attuale Urbisaglia, risulta dalle ricerche che sto conducendo sulla fondazione di Aquisgrana in Val di Chienti: quando nel sec. VIII Carlo Magno costruì ad Aquis Grani il suo Palatium, in Val di Chienti persisteva ancora il ricordo del dio e delle sue salutari acque. L‘espressione Aquis Grani significa che il Palazzo sorgeva appunto nei pressi delle acque sacre al dio Granno. (9)Il termine di „Aquisgrana" non è che l’attuale modificazione dell‘antica locuzione.

[9]Ancor oggi è in uso nel Maceratese l‘espressione tradizionale di Macerata Granne, in contrapposizione a Macerata Feltria (Feretria, da Giove Feretrio).  Macerata nel passato non  era grande e comunque non lo era nel Medioevo. Io sospetto che nel Medioevo, quando esisteva l‘espressione Palatium ad aquas Grani, esistesse anche l‘espressione Maceriae ad Grannum, volgarizzatasi poi presso il popolo in „Macerata granne“. Ma è solo un sospetto.  Per l‘equivalenza dei termini Maceriae e Macerata, vedi  G.Carnevale, La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti, Ed. Queen, Macerata 1999, pag. 107-108. 

All’interno del themenos o recinto sacro del tempio, sgorgavano sorgenti di acque calde, e i pagani credevano che il dio conferisse loro virtù curative; era quindi molto frequentato. Le rovine del Palazzo di Carlo Magno in Val di Chienti erano ancora visibili nel 1500. In quel secolo Andrea Bacci di Sant’Elpidio additava nella piana del Chienti i resti di un "Palazzo antico" che la tradizione riteneva "il Palazzo di Re Carlo".(10)

[10]Bacci Andrea, Origine dell‘antica città di Cluana, oggi Sant‘Elpidio a mare. Riportato in Natale Medaglia, Memorie istoriche della città di Cluana. Macerata 1692.  Si venne a un gran fatto d‘Armi ne i piani di Chienti…., la quale istoria si raccoglie bene da chi osserva gl‘ autori e i gran fatti di Carlo Magno contro i Saraceni, ma più chiaro lume n‘habbiamo noi per le memorie particolari, che ne rimasero in quei luoghi, e vi si veggono infino al presente giorno, perché ottenuta si gran vittoria quel buon Imperatore…   fece subito  edificare in quei piani… un monastero, a nome e gloria della Santa Croce….; il qual tempio è Abbatia hoggi lontana da Sant‘Elpidio tremiglia…. e più oltre si vede ancora una parte d‘un Palazzo da Campagna antico, che fino al dì d‘hoggi…. è chiamato il Palazzo di Re Carlo. 

La chiesa di San Marone sul Montedoro in Val di Chienti.

Lo scrittore dell'epoca carolingia Notker (840-912), biografo di Carlo Magno, nel suo Martyrologium,(11) dopo aver trascritto alla lettera quanto i precedenti martirologi dicevano di San Marone, conclude con un‘osservazione che gli deriva da personale conoscenza. Alle parole „il popolo cristiano prese il suo corpo e gli diede onorevole sepoltura" aggiunse di suo: sul Montedoro, nei pressi della Roma picena (in Monte aureo, apud Urbem picenam). È una notizia precisa e permette di ambientare con tutta sicurezza nei pressi dell'attuale Urbisaglia il martirio e la sepoltura di San Marone.

Nel 100 i cristiani diedero dunque onorevole sepoltura a San Marone sul Montedoro. Il crinale della collina su cui sorge Urbisaglia è chiamato ancor oggi Montedoro. 700 anni dopo, Carlo Magno costruì ai suoi piedi la nuova Roma, di cui restano vistose rovine, e lì vicino il Palatium ad aquas Grani.

Nel 313, con l’Editto di Milano, l‘imperatore Costantino riconobbe ai cristiani libertà di culto, il che consentì di erigere sulla tomba di San Marone la chiesa a lui dedicata(12) , che dovette restare in piedi per circa settecento anni, fino al Mille. Subito dopo il Mille la chiesa andò distrutta per vicende belliche e le sue reliquie furono trasportate sul litorale di Civitanova, ove ancora riposano nel santuario a lui dedicato.

[11]Pietro Diletti, San Marone a Civitanova Marche, Ed. Ci-Erre, Civitanova 1993, pag. 94.

[12] Dagli Acta SS. Nerei et Achillei: ecclesiam Christi fabricaverunt in nomine eius.

 

Dalla fine del sec. IV, con Teodosio, le città romane via via si cristianizzarono, ma nei "pagi" (=villaggi) si venerarono ancora le antiche divinità 'pagane', così chiamate perché erano appunto venerate dai 'pagani', gli abitanti dei "pagi", sparsi sui campi.

Nel 380 l‘imperatore Teodosio dichiarò fuori legge tutti i culti pagani e proclamò il Cristianesimo come unica religione dell'Impero Romano. Per conseguenza, il culto del dio Granno ad Aquas Grani decadde e scomparve, perché ormai fuori legge.

Fu sostituito da quello al martire cristiano San Marone, che proprio ad Aquas Grani aveva la sua basilica e la sua la tomba. Sostituire culti e festività di santuari pagani con culti e festività cristiane era una collaudata strategia della Chiesa, per portare le masse al cristianesimo. Cessarono così i pellegrinaggi pagani al tempio e alle acque del Dio Granno, ma dalle finitime città romane di Pausulae, Helvia Recina, Camerinum, Firmum, Cingulum, Septempeda, Trea ecc. continuarono ad affluire ad aquas Grani le popolazioni delle città romane ormai cristianizzate. Vi venivano non a venerare una divinità 'falsa e bugiarda, come si diceva, ma nella speranza di essere guariti dalle acque calde che continuavano a sgorgare dal sottosuolo, e ad implorare San Marone, che per Cristo aveva versato il suo sangue.

Di implorare il cielo c'era ormai davvero bisogno. Nel V secolo i tempi si fecero davvero tristi: le legioni dell'Impero Romano non erano più in grado di difendere i confini sul Reno e sul Danubio, e sul territorio dell'Impero cominciarono a riversarsi le invasioni dei 'barbari'. Nel 410 comparvero nella valle del Potenza le orde di Alarico, che, dirette verso Roma per saccheggiarla, depredavano intanto i campi e le città romane, che incontravano nella loro marcia verso sud. Fu una terribile esperienza per le popolazioni picene. Non sappiamo quali loro città furono travolte da Alarico, ma sappiamo di sicuro, poiché ce ne ha trasmesso notizia lo storico greco Procopio, che Urbs Salvia fu rasa al suolo.

In passato, quando una calamità si abbatteva sugli uomini, veniva sempre presa come un castigo di Dio. Anche allora, la terribile prova fu interpretata come un castigo collettivo, solo che i Cristiani accusavano quelli rimasti pagani di essere stati loro ad aver provocato l'ira di Dio, gli abitanti dei 'pagi' invece, sparsi sui campi e in gran parte non ancora convertiti al Cristianesimo, accusavano i cristiani delle città: per colpa loro, gli antichi dei, irritati di essere stati abbandonati, avevano dato il via libera alle invasioni dei barbari.

Il culto al dio Granno, scomparso "ad aquas Grani" perché sostituito da quello a San Marone, fu perpetuato nel "planu de Ara Grani", dove oggi c'è S. Maria in Silva. I locali 'pagani' continuarono a venerarvi un' antichissima Ara in onore del Dio.

 

Il passaggio di Alarico nel 410 non era ancora il peggio. Il peggio doveva ancora venire. Prima arrivò Odoacre alla testa di un esercito di barbari: si insediò in Ravenna e decretò la fine dell'Impero romano, deponendo nel 476 l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo. Poi arrivò Teodorico alla testa di un esercito di Goti, penetrò in Ravenna e uccise Odoacre Naturalmente lungo il Potenza si avvertivano i contraccolpi di queste invasioni e per i locali romani la vita si faceva sempre più difficile. A ogni nuovo arrivo di barbari erano epidemie che si scatenavano, violenze di ogni genere sul territorio, fuga fra i boschi dei dintorni in attesa di tempi migliori, abbandono dei campi da coltivare e quindi carestie e morti, per fame, denutrizione o malattie conseguenti.

Non era ancora il peggio. Il peggio arrivò quando l'imperatore romano di Costantinopoli, Giustiniano, decise che i Goti dovevano essere cacciati e fece sbarcare un esercito in Italia per liberarla. Fu una guerra terribile, a cui la storia ha dato il nome di guerra gotica. Durò dieci anni e fu prevalentemente combattuta lungo le coste picene, perché i Bizantini venivano appoggiati e riforniti lungo l'Adriatico, dalla loro flotta. Le legioni bizantine attaccarono coraggiosamente, i Goti si difesero altrettanto coraggiosamente, ma tra i due litiganti non furono certo i piceni a 'godere'. Privati di tutto, animali e raccolti, dai due eserciti belligeranti, sappiamo che sulle nostre terre, in una sola invernata, morirono almeno 50.000 contadini. Qualcuno riuscì comunque a sopravvivere, nascondendosi nei boschi, che si andavano sempre più estendendo, per il rarefarsi della popolazione. Con un po' di fantasia possiamo immaginare che un gruppetto di contadini si rifugiò nel lucus o bosco sacro al dio Grannus, che aveva nel punto ove adesso c'è la chiesa di S. Maria in Selva, una radura e nella radura l'Ara Granni.(13) Erano naturalmente 'pagani' e pensavano che l'antico dio Granno avrebbe dato loro una mano per sopravvivere. Può anche non essere vero che le cose siano proprio andate così, ma è probabile, date le circostanze. Comunque, il "planu de Ara Granni", la silva ove poi sorse S.Maria in Selva e i reperti fittili preistorici trovati vicino alla chiesa, tutto induce a pensare che lì già gli antichi Piceni avevano consacrato un "lucus" al Dio Granno. Se si apre un vocabolario latino, alla voce lucus si trova: bosco sacro, radura sacra in un bosco.

[13] Doveva essere un luogo di culto da secoli, perché  nei pressi di S. Maria in Selva sono stati ritrovati reperti archeologici risalenti alla preistoria picena.

La guerra gotica la vinsero i Bizantini, guidati da Narsete: entrati in Ravenna, cacciarono gli Ostrogoti dall'Italia e Narsete riuscì a garantire qualche decennio di pace alle esauste e rarefatte popolazioni italiche. Se la pace fosse durata un po' di più, forse lungo il Potenza avrebbe potuto riprendere l'agricoltura, rifiorire la vita civile, avrebbero potuto ripopolarsi le città romane. Per avviare nelle valli del Chienti e del Potenza questo rifiorire della vita, della convivenza umana, della coltivazione dei campi e della fede in Dio, Narsete fondò "ad Aquas Grani" un'abbazia bizantina, che chiamò però di S. Paolo o sant'Anastasio "ad Aquas Salvias", per farla finita, una buona volta, con le vecchie divinità pagane.(14)

[14] La locuzione ad Aquas Salvias la troviamo per la prima volta nel Chronicon di Benedetto, scritto prima del Mille (RIS, Roma 1920, pag. 32): "Narsus (Narsete) vero Patricius fecit ecclesia cum monasterium Beati Pauli apostoli, qui dicitur ad aquas Salvias, reliquie beati Anastasii martyris adducte venerantur. Nella Vita di San Nilo (v. G. Carnevale, La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti, pagg.135-137) si dice che la chiesa di Sant'Anastasio era nei pressi di "Roma", ufficiata da bizantini. Questa vicinanza con "Roma" fece pensare che il San Paolo "ad Aquas Salvias" o S .Anastasio, costruito da Narsete, fosse la stessa cosa che "S. Paolo alle Tre Fontane" presso Roma. Cosi le Aquae Salviae della "Roma" picena divennero "le tre fontane" fuori Porta S. Paolo di Roma e ancor oggi gli storici confondono la chiesa fondata da Narsete "ad Aquas Salvias", cioè in Val di Chienti, con la basilica romana di S. Paolo fuori le mura. Nei suoi pressi hanno addirittura denominato una via "Via di Acque Salvie". Solo ora si comincia a capire che la locuzione paleocristiana di ad aquas Salvias aveva sostituito quella pagana e popolare di ad aquas Grani. Carlo Magno riprese l'antica locuzione popolare e il suo palazzo imperiale in Val di Chienti si chiamò Palatium ad Aquas Grani, da cui l'attuale nome di Aquisgrana.

 

Sembrava che l'opera di Narsete, prima di riconquista e poi di riunificazione dell'Italia all'Impero romano di Bisanzio, avrebbe dato frutti duraturi. Per ironia del destino, nel 568, proprio l'anno in cui Narsete morì, penetrò in Italia l'ultima invasione barbarica, quella dei Longobardi. Affamati di terre da far coltivare ai vinti, occuparono tutta la pianura padana e posero la loro capitale in Pavia; nell'Italia meridionale costituirono il Ducato di Benevento; nell'Italia centrale il Ducato di Spoleto, che scavalcava l'Appennino e comprendeva il Fermano. I Bizantini riuscirono a mantenere, qua e là, qualche pezzo di territorio facilmente raggiungibile e controllabile, via mare, da Bisanzio: buona parte dell'Italia meridionale, il Lazio con Roma, Ravenna col territorio circostante e l'appendice della Pentapoli a sud. L'ultima città della Pentapoli era Osimo. Questo significa che le valli del Chienti e del Potenza, nel trapasso dal VI al VII secolo, restarono compresse tra i monti, il mare, i Bizantini della Pentapoli a nord e i Longobardi del Fermano a sud, nemici fra loro: si trovarono perciò esposte a continue incursioni ostili, almeno fino a quando i Longobardi non si furono convertiti anch'essi al Cattolicesimo, per merito soprattutto della loro regina Teodolinda e del papa Gregorio Magno (590-604). Valli praticamente di nessuno, si andarono spopolando sempre più. La coltivazione dei campi si fece quasi inesistente e comunque pericolosa; si estesero, sempre più ampie, le foreste e quindi la possibilità di darvi la caccia a ogni sorta di animali, selvatici nel senso più proprio del termine. Le due valli conobbero una profonda decadenza, il periodo forse più nero della loro storia.

 

Dal 568, anno della calata dei Longobardi e fino al Mille e oltre, cioè per un mezzo millennio, il periodo è rimasto nero, obscurum, anche per gli storici. Colpa del Barbarossa, che non riuscendo più a controllare in Italia i Comuni, sorti un po' dovunque, decise la Translatio Imperii, cioè il trasporto di Aquisgrana, sede del Sacro Romano Impero, dalla Val di Chienti ad Aachen in Germania, e dichiarò che d'ora in poi quella era la vera Aquisgrana e in essa dovevano essere consacrati i "Re dei Romani", come i Tedeschi continuarono sempre a chiamare i loro re. Ai nascenti Comuni guelfi e al Papato non parve vero far dimenticare che l'Impero aveva avuto in Aquis Grani il suo centro culturale, artistico, politico, militare; che gli Imperatori carolingi, da Carlo Magno a Carlo il Grosso, e quelli sassoni, da Ottone I a Ottone III, avevano avuto "ad Aquas Grani" il proprio centro di riferimento imperiale; che qui c'era stata la "Francia" delle origini, e Aquisgrana e una nuova "Roma"; che insomma l'Impero carolingio era nato qui, e con esso l'Europa.

Nel sec. VIII il territorio lungo le valli del Chienti e del Potenza fu chiamato "Francia"

Verso l'inizio del sec. VIII si crearono le condizioni per il rifiorire della vita nelle valli del Chienti e del Potenza. Nel 685, monaci franchi avevano fondato in Sabina l'abbazia di Farfa e già altri monasteri farfensi cominciavano a espandersi nel Piceno. Un monaco farfense era anche divenuto vescovo nella longobarda Fermo. Nel 714 ad Aquas Grani cominciarono ad affluire in massa i Franchi dell'Aquitania, nel sud della Gallia, invasa dai Saraceni di Spagna. Vi si rifugiavano perché il territorio si era pressoché spopolato, ma soprattutto perché potevano trovarvi benevola accoglienza da parte dei monaci farfensi, loro conterranei, e del farfense vescovo di Fermo. Furono anche ben accolti dai locali Longobardi, ormai cristianizzati, e che intrattenevano ottimi rapporti con l'abbazia di Farfa. Nel 714 vi arrivò anche dal nord della Gallia, mandatovi in esilio dalla matrigna Plectrude, anche Carlo Martello, capostipite dei Carolingi. Messosi a capo dei Franchi profughi, rientrò in Gallia, sconfisse Plectrude e si riprese il potere che già era stato del padre Pipino di Héristal. Tra le sue imprese è rimasta famosa la battaglia di Poitier del 732, nella quale sconfisse i Saraceni e li rigettò al di là dei Pirenei.

Nel Medioevo le guerre si facevano solo in estate e quando i Franchi di Carlo Martello andavano a combattere in Gallia, lasciavano le loro famiglie "ad Aquas Grani", per cui si radicò nelle famiglie di Carlo e dei profughi un profondo rapporto affettivo col territorio: le valli del Chienti e del Potenza si aprono sul mare amene, solatie, irrigue, fertili, con clima mite sia in inverno che in estate. Risalendo dalle spiagge dell'Adriatico alle alte vette dell'Appennino, il paesaggio si arricchisce del profilo scenografico di dolci colline. Per i nuovi arrivati era una specie di paradiso terrestre, e si giustifica l'appellativo di douce France -dolce Francia- che troviamo nella Chanson de Roland.

Con la riorganizzazione del territorio attuata dai Franchi, le Valli del Chienti e del Potenza si ripopolarono e presto presero il nome di Francia, terra dei Franchi, quando al di là delle Alpi non era ancora sorta l'attuale Francia, ma vi persisteva l'antico nome romano di Gallia.

Ancora dopo il Mille la tradizione popolare italiana continuava a chiamare Francia il Piceno: la madre di San Francesco (1181-1226) veniva dalla Francia, Bernardone andava spesso da Assisi in Francia per vendervi stoffe, per ragioni di commercio vi inviava spesso il figlio Francesco(15) il quale era in grado di esprimersi in "francese" senza avere mai attraversato le Alpi.

[15] Fonti Francescane. Editrici Francescane,  Padova-Assisi 1980, p.1956.

 Particolarmente significativo a questo proposito è il contenuto di un episodio dei Fioretti, il XIII, in cui si narra che San Francesco si recò con Frate Masseo a Roma, in Francia, e andò a pregare nella chiesa di San Pietro. Ne cito i brani più significativi: Francesco con frate Masseo per compagno, prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per l'amor di Dio…Fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi di pane e di quella acqua, si levarono per camminare in FranciaGiunsono a Roma ed entrarono nella chiesa di santo Pietro, e santo Francesco si puose in orazione. Il Fioretto si conclude raccontando che san Francesco in Francia, in San Pietro,(16) fu assicurato dagli apostoli Pietro e Paolo che Dio concedeva a lui e ai suoi seguaci il tesoro della santissima povertà.

[16] A Corridonia (già Mons Ulmi, Montolmo) c'è una chiesa dedicata a S.Pietro, di antichissime origini, ma demolita e ricostruita nel 1750. Una tradizione assicura che vi pregò san Francesco e vi si conservano due mattoni su cui si sarebbe inginocchiato il santo. Già in epoca carolingia  Pipino, verso il 750, aveva fatto costruire lì dai monaci di Stablo, una Basilica di  San Pietro. In essa, nel 754 papa Stefano II lo aveva unto di sua mano re dei Franchi, insieme alla consorte Berta e ai figli. 

 Dopo di che pieni di letizia determinarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l'andare in Francia"(17). È evidente che si tratta della Francia e della Roma(18) picene, testimoni, con i loro recenti, eloquenti ruderi, che tutto è vanitas vanitatum. Dall'implicito confronto tra la povertà evangelica e 'Roma' in Francia, già Urbs aurea in comitatu Camerino,(19) ora in rovina, derivava che tesoro indistruttibile era la povertà francescana.(20)

[17] Fonti Francescane. Editrici Francescane,  Padova-Assisi 1980, cap. XIII dei Fioretti, a pag. 892. 

[18] Per la nuova Roma carolingia vedi Vedi in Archeopiceno, 31/32, numero doppio, anno VIII, l'articolo alle pp. 7-9:  G. Carnevale, Carlo Magno fece sorgere in Val di Chienti una "nuova Roma". Ed. Fotochrom, Fermo, Luglio-settembre 2000.

[19] D .Pacini, I Ministeria nel territorio di Fermo, Centro di studi storici maceratesi, Macerata 1976, pag. 134.

[20] Fu un marchigiano, Ugolino di Montegiorgio, a stendere in latino la prima redazione dei Fioretti, col titolo di Actus beati Francisci et sociorum eius, in Fontes Franciscani, a cura di E.Menestò et alii, ed. Porziuncola, Assisi, 1995.  Anche Dante (1265-1321) ricavò dalle rovine di 'Roma' un messaggio, non di natura religioso: perché meravigliarsi se nel recente passato grandi famiglie fiorentine si erano dissolte nel nulla? Non era successo lo stesso per Luni ed Urbisaglia, due grandi città? Se tu riguardi Luni ed Urbisaglia come son ite…non ti parrà cosa nova né forte, poscia che le cittadi fine hanno. (Par. XVI). Come se dicesse:" Nella Lunigiana e nel Piceno si sono addirittura dissolte nel nulla due intere città". Dante non allude a Urbs Salvia romana. L‘abbinamento di Urbisaglia è fatto con Luni, una città che aveva avuto recentemente un identico tragico destino di ascesa e di morte, lo stesso che  di retro ad esse“ si stava  abbattendo su Chiusi e Senigallia. La chiama „Urbisaglia“ perché il termine 'Roma' era ormai geograficamente equivoco, politicamente compromettente. Il guelfismo aveva ormai sostituito l‘antico nome 'Roma' con Urbisaglia (Urbs Salvia), né Dante aveva obiezioni da fare. Non era mai stato un „ghibellin fuggiasco“, come lo definì il Foscolo nei Sepolcri, ma un guelfo bianco di Firenze, quindi alieno dal favorire rivendicazioni territoriali dell‘Impero in Italia. 

 

Il Palatium dei Carolingi in Aquisgrana, sulla piana del Chienti, e i Castelli franchi dei loro Grandi, sulle alture che delimitavano le valli adiacenti.

 

Con l'arrivo dei Franchi, " in Aquis Grani", nel fondovalle del Chienti si impiantò la residenza del sovrano, con un Palatium per la sua famiglia e la sua corte; una Cappella palatina ufficiata dal clero di corte, che redigeva anche i documenti ufficiali e dipendeva direttamente dal sovrano. Gestiva anche la Scuola palatina per la formazione del personale direttivo dell'Impero, ecclesiastici e laici. Nel Campomaggio, il cui nome si è perpetuato fino ai nostri giorni, alloggiava l'esercito. Dovunque sui campi erano disseminate numerose le "ville (villaggi)" dei contadini che attendevano alla coltivazione dei campi. Sulle alture a corona del Palatium o delle valli adiacenti si ergevano i castelli, residenza dei Grandi di "Francia", cavalieri e guerrieri, che ad ogni autunno rientravano da una guerra in qualche parte d'Europa, andavano a caccia negli ampi boschi che si stendevano tra i Sibillini e l'Adriatico, celebravano con la famiglia, nei castelli, le festività del Natale e della Pasqua e poi partivano di nuovo per una nuova guerra.

Tutti, sovrano e locali feudatari, avevano alle loro dipendenze, sul proprio territorio, chiese ed abbazie, che restavano proprietà personale del signore che le fondava. Restano ancora tracce di numerose abbazie, ma i castelli sono scomparsi del tutto o quasi, per le vicende belliche succedutesi nei secoli, e sulle quali solo oggi si comincia far luce. È il caso di S. Maria in Selva, che dipendeva dal feudatario franco del castello d'Ajano, di certo molto importante, perché i suoi possedimenti confinavano con quelli dei sovrani carolingi. Il signore d'Ajano aveva deciso la costruzione "in planu de Ara Grani" della chiesa in onore della Madonna, forse per far sparire le ultime tracce dell'antico culto pagano. Dall'epoca carolingia, la famiglia dei signori d'Ajano, guerrieri e cavalieri, si era perpetuata di generazione in generazione, per oltre due secoli, ma arrivata al 1082 stava per estinguersi: erano rimasti soli Adalberto e sua moglie Adelberga, senza figli. Per arrivare tranquilli alla fine della vita, pensarono bene di donare tutta la loro proprietà al vescovo di Osimo, in cambio di una pensione vitalizia. Era un'ottima soluzione in quei tempi, in cui contava la legge del più forte e la conquista d'un feudo poteva far gola a parecchi, mentre se il feudo passava in proprietà della Chiesa, non era più tanto facile impadronirsene. Doveva trattarsi di un feudo importante ed esteso, contiguo alle proprietà 'fiscali' del Palatium di Aquisgrana, da secoli in possesso di antichi signori Franchi. Pochi anni prima si era ulteriormente ampliato, conglobando beni di proprietà della Basilica di S. Pietro in "Roma"; ma non si pensi alla Basilica di S. Pietro in Vaticano, né a Roma nel Lazio. C'era una Basilica di S. Pietro anche sul territorio di "Roma" in Val di Chienti.(21)

[21] Vedi nota n° 16. Dopo che Pipino aveva costruito in "Francia" la Basilica di S. Pietro, Carlo Magno fece sorgere lì nei pressi, la nuova "Roma" carolingia. Oltre a quella del Vaticano, anche ad Aquas Grani si ebbe così una "Basilica di S. Pietro in "Roma".

Durante la lotta per le investiture, si erano a lungo conteso il possesso della Val di Chienti, Gregorio VII (1073-1085) ed Enrico IV, che nel marzo 1084 riuscì a impadronirsi di "Roma" e mise sotto assedio il papa, chiusosi nel castello di S. Angelo (in Pontano). Ma in quello stesso anno arrivò Roberto il Guiscardo e il 29 maggio 1084 "Roma" fu distrutta dai suoi Normanni.. Anche la "Basilica di S. Pietro in "Roma" era stata precedentemente espugnata e distrutta dai partigiani dell'imperatore, perché i partigiani del papa l'avevano cinta di mura e ridotta a fortezza. I beni della Basilica di S. Pietro erano così rimasti dispersi, e anche i signori di Ajano ne avevano occupato una parte, terre e contadini, annettendoli a S. Maria in Selva.

Nelle locali lotte tra Papato e Impero, S. Maria in Selva si trovava in una zona "calda" per la sua vicinanza con "Roma" e col Palatium imperiale, e il vescovo di Osimo era troppo lontano per difenderne efficacemente il territorio. Forse per meglio garantirne il possesso alla Chiesa, il papa Urbano II nel 1096 l'unì, con le terre già appartenute alla Basica di S. Pietro, alla vicina abbazia di Rambona.(22)

[22] L'abbazia di Rambona (ad Aram Bonae, cioè presso l'ara della Dea Bona) era stata fatta costruire, alla fine del sec. IX, dall'imperatrice Ageltrude, su un antico luogo di culto della Dea Bona. Sono in corso lavori per il restauro di ciò che resta, intrapresi dalla Sovrintendenza di Ancona.

La situazione politica ad Aquas Salvias da 'calda' che già era, si era fatta incandescente da quando vi erano arrivati i cistercensi che, nei progetti del Papato, avrebbero dovuto assicurare il pacifico trapasso alla Chiesa degli ex territori imperiali. Il controllo della Val di Chienti da parte dei cistercensi si rivelò però molto complesso per il riemergere, nel districtus della nuova Roma, di un laicato „romano" che nell‘estate 1143 operò la Renovatio Senatus.(23) Sotto la guida di Arnaldo da Brescia,(24) Roma (l'attuale Urbisaglia) si proclamò Comune autonomo e tentò di ridurre al puro ambito religioso la funzione del papa nelle valli del Chienti e del Potenza, cioè nel districtus di "Roma", ormai in rovina, ma di cui si era salvato (o era stato ricostruito dai "romani") il "Campidoglio", e i "romani" ne avevano fatto il simbolo della loro indipendenza dal Papato. Nel 1145 papa Lucio II aveva guidato personalmente un assalto al "Campidoglio", ma ferito gravemente dai "romani", era morto poco dopo.

[23] L .Gatto, Storia di Roma nel Medioevo, Newton & Compton Editori, Roma 1999, pag. 334.

[24] Tra il 1142 e il 1144 la storiografia perde le tracce di Arnaldo da Brescia. In questo stesso periodo era però ospite dei cistercensi ad Aquas Salvias un ecclesiastico che nella corrispondenza con San Bernardo è citato con le sole iniziali, e che aveva tutte le caratteristiche per essere Arnaldo da Brescia. Le iniziali non corrispondono al suo nome, ma è convincimento ampiamente condiviso dagli storiografi che in questo periodo Arnaldo da Brescia si celava in un monastero d‘Italia sotto uno pseudonimo, protetto dal cardinale Guido di Castello, che nel 1144 divenne papa col nome di Celestino II. Per i risvolti politici nella fondazione di S. Maria di Chiaravalle ad Aquas Salvias e per l‘anomalo comportamento dell‘enigmatico ecclesiastico, vedi G. Carnevale, La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti p. 167.

 

Nel 1151, una decina d'anni dopo che i cistercensi di Fiastra si erano stanziati in Val di Chienti, l'abbazia di Rambona cedette la proprietà di S.Maria in Selva al monastero cistercense di S. Maria di Chiaravalle ad Aquas Salvias, o di Fiastra, come oggi si dice. Da allora, divenuta una grancia, S. Maria in Selva ha condiviso con l'abbazia di Fiastra le stesse vicissitudini storiche. Ma questa è storia nota, e io mi fermo qui. Rievocando aspetti del passato di S. Maria in Selva e del suo territorio, si è aggiunta un'ulteriore tessera al mosaico della storia altomedievale dell'attuale Maceratese. È un periodo storico caduto nel più totale oblio, ma di enorme interesse per meglio comprendere la nascita dell'Europa, che ha le sue primissime origini appunto in Val di Chienti e sulle terre ad essa contigue.

Estratto fornito dal prof. G .Carnevale per una pubblicazione in corso di stampa a cura del parroco di Santa Maria in Selva ( Treia - MC)

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