AQUISRANA
NELLE FONTI 963
A proposito di Aachen " vi sono crescenti dubbi che sia stato proprio Carlo Magno l'ideatore di questa perfetta scenografia: E' più probabile che essa sia stata realizzata nel periodo ottoniano ( cioè quasi due secoli dopo) e attribuita a Carlo a sostegno del mito creatosi attorno alla sua figura."
Così si esprime il Nasselrat, un autorevolissimo studioso tedesco, curatore della mostra su Carlo Magno, svoltasi nei Musei Vaticani quattro anni fa. Ma se la città che possiamo vedere oggi non dovesse essere quella edificata da Carlo, quale aspetto aveva la capitale da lui voluta? E, inoltre, è possibile che Aquisgrana non coincida con Aachen? In parole povere, è possibile che Aquisgrana debba essere cercata altrove? Cercherò di fornire una risposta a tali quesiti o, perlomeno, di dare degli spunti di riflessione sulla base degli indizi ritrovati negli scritti dei contemporanei di Carlo. In questa sede, mi sono concentrato sulle opere di Eginardo e di Notker, altrimenti noto come il monaco di San Gallo.
Eginardo non ha bisogno di presentazioni: nato intorno al 770 da una nobile famiglia franca, fu avviato agli studi nel monastero di Fulda, dove si fece presto notare per le sue notevoli doti. Arrivò giovane alla corte di Carlo, suscitando la sua ammirazione e quella di Alcuino di York, capo della Schola Palatina voluta dall'imperatore. Quando Alcuino decise di lasciare il prestigiosissimo incarico per vivere i suoi ultimi anni a Tours, sembra che fu proprio Eginardo, appena trentenne, a sostituirlo. Di sicuro fu uno degli uomini più stimati da Carlo tanto che gli affidò molti incarichi delicati: tra gli altri, pare certo che fu lui il latore delle ultime volontà politiche dell'imperatore. Eginardo, poi, rimase alla corte di Ludovico il Pio, anche se in una posizione di non grande rilievo. Negli anni Venti dell'800 divenne consigliere del figlio di lui: Lotario. Ma, quando il contrasto tra questi ed il padre, nonché con gli altri fratelli, degenerò in guerra aperta, si adoperò in ogni modo per tenersi in disparte. Negli anni Trenta, a vent'anni dalla morte di Carlo, poté finalmente dedicarsi alla stesura dell'opera per cui è rimasto giustamente famoso: la "Vita Karoli Imperatoris".
L'altro testo da me esaminato è il "De gestis Karoli Imperatoris", una sostanziosa raccolta di aneddoti e di notizie sulla vita di Carlo, della sua famiglia e della sua corte, opera del suddetto Monaco dell'abbazia svizzera di San Gallo. Pare accertato che, dietro questo nome, si nasconda Notker Balbulus, il balbuziente, un monaco nato nel cantone di San Gallo, intorno all'840 e morto circa settanta anni dopo. Le notizie sulla sua vita sono molto scarne: tuttavia, si ritiene che sia vissuto sempre nel monastero o, comunque, per la maggiore parte della sua vita, tanto che lì ha fatto tutta la sua "carriera" di bibliotecario, insegnante ed autore di varie opere. Al momento della sua nascita, Carlo era bell'e sepolto da circa trent'anni. Nonostante ciò, Notker dimostra di possedere sempre notizie molto circostanziate sui fatti e sui luoghi, tanto da fare avanzare l'ipotesi che, in qualche modo, abbia potuto verificarle in loco.
Torniamo, ora, all'obiettivo della mia esposizione e vediamo che cosa ci racconta Eginardo sulle effettive dimensioni di Aquisgrana nel capitolo dedicato alle esequie del defunto imperatore. Egli ci narra che "tuttavia, tutti si accordarono nel riconoscere che in nessun altro luogo poteva essere degnamente tumulato se non nella basilica che egli aveva fatto costruire proprio sumptu a sue spese in eodem vico in quello stesso borgo, per l'amore di Dio e di nostro Signore Gesù Cristo e in onore della santa ed eterna Vergine, madre di lui. Qui fu sepolto nello stesso giorno e sopra il suo tumulo fu innalzato un arco dorato, con il ritratto e l'iscrizione". Il fatto che l'autore usi il termine vicus, che in latino significa villaggio, borgo anziché il più importante civitas, città o al limite oppidum che indica sì un piccolo centro, ma comunque dotato di mura e di fortificazioni, mi pare un segno evidente che Aquisgrana dovesse essere un nucleo di ridotte dimensioni e quasi sicuramente sguarnito di opere difensive.
Aggiungere la notizia delle mura edificate dal Barbarossa.
La mia supposizione sembrerebbe confermata anche dalle parole del Notker, il quale ci fornisce una breve, ma interessantissima, descrizione della capitale imperiale nel capitolo 30, dove si produce nell'elogio dello sforzo di Carlo e di tutti i suoi principali collaboratori nel fondare o rifondare le chiese d'Europa: "come finora ne è la prova non solo la basilica, divina ma anche umana, presso Aquisgrana, ma anche le dimore di tutti i dignitari che intorno al palazzo dell'espertissimo Carlo furono innalzate per suo ordine cosicché egli potesse vedere, nascosto dietro le inferriate della sua terrazza per cancellos solarii sui, tutto ciò che veniva fatto da chi arrivava e da chi partiva. Ma le abitazioni dei maggiorenti a terra erant in sublime suspensa, erano state sopraelevate da terra cosicché sotto di loro non solo i soldati dei vari condottieri ed i loro servitori, ma chiunque potesse difendersi dalla pioggia o dalla neve, dal gelo o dal forte calore e, tuttavia, in nessun modo fossero in grado di nascondersi agli occhi dell'acutissimo Carlo". Da queste parole si ricava la sensazione che Carlo avesse edificato il complesso del palazzo imperiale e della basilica in un'area, forse fino ad allora disabitata, nei pressi di sorgenti d'acqua (apud Aquasgrani e non in Aquisgrani - dove il sostantivo AQUAE, fonti, sorgenti, viene regolarmente declinato a seconda delle esigenze sintattiche) e che eius dispositione avesse obbligato tutti gli uomini importanti del regno a risedere nei suoi pressi per poterli meglio controllare. L'accenno ai soldati che alloggiano nei porticati delle dimore dei loro signori mi sembra eloquente: Carlo doveva ovviamente tollerare che i suoi comites, i suoi compagni d'arme, fossero scortati dalla propria guardia del corpo, ma pretendeva che essa fosse sempre sotto gli occhi di tutti onde ridurre al minimo i rischi di tradimento. Neutralizzata, così, l'insidia del nemico interno, per i nemici esterni c'erano appunto i comites e i loro uomini. La loro presenza continua, inoltre, spiegherebbe perfettamente la mancanza del benché minimo riferimento a mura e a fortificazioni: che bisogno c'è di ricorrere a opere difensive quando, intorno al palazzo, c'è sempre un piccolo esercito di truppe sceltissime?
Quindi, un luogo pensato, pianificato, organizzato e realizzato da un fine stratega qual era Carlo che, per fare un paragone più vicino ai nostri tempi, rimanda alla reggia nella foresta di Versailles ed al complesso delle case dei Grandi del regno che Luigi XIV, re di Francia aveva costretto a trasferirsi da Parigi per tenerli sempre sotto controllo. Agli occhi del turista moderno, Versailles dà una forte sensazione di straniamento con la sua immensa e stupenda reggia da un lato e, poco distante, con quel piccolo gruppo di elegantissimi palazzi edificati nel nulla, gli uni stretti agli altri, come se fossero le casupole di un remoto villaggio. In tale modo, a mio parere, doveva apparire anche Aquisgrana. Tuttavia, un tale modello edilizio non era una novità assoluta: nel mondo antico, infatti, molti regnanti avevano spostato il centro del potere dalle città in luoghi relativamente isolati, da cui potessero più facilmente difendersi sia dai nemici esterni, sia soprattutto da quelli interni. Tra gli altri, ricordiamo l'imperatore Adriano che, nel secondo secolo dopo Cristo, si era ritirato nello splendido isolamento della sua villa di Tivoli oppure l'imperatore Diocleziano che si era fatto costruire il palazzo sulla costa dalmata, da cui ebbe successivamente origine l'odierna Spalato. Erano questi tutti modelli che sicuramente Carlo conosceva ma, forse, meglio ancora conosceva l'esempio di Khirbet al Mafjar, la dimora dei regnanti Omayyadi di Siria, presso cui una delegazione franca era stata mandata alcuni anni prima da suo padre Pipino. Tale dinastia araba, strappata la Siria cristiana ai Bizantini, aveva posto la propria residenza ad alcuni chilometri da Damasco dove, in un'area disabitata, abbandonate le tradizionali tende dei nomadi del deserto, si era fatta edificare dalle abilissime maestranze locali un meraviglioso complesso dotato di palazzo, moschea, bagni termali e quant'altro fosse degno di re. È possibile che un'eco di ciò si trovi nel famoso Klosterplan rinvenuto su una pergamena nell'abbazia svizzera di San Gallo. Come dice il termine tedesco, si tratta della planimetria di un ipotetico monastero di epoca carolingia che ha suscitato l'interesse di moltissimi storici d'oltralpe. Tra questi, il tedesco Reinhardt ha curato nel 1952 un'acutissima analisi che gli ha fatto affermare: "il carolingio Klosterplan di San Gallo è in certo qual modo un pilastro di un ponte crollato che un tempo congiungeva l'inizio del medioevo con un precedente passato". Il punto è: quale passato? Forse un riferimento a quello prossimo del complesso di Aquisgrana, meraviglia del tempo ed unico possibile modello edilizio esistente in Occidente? O forse un riferimento un po' più antico al "castello del deserto" Omayyade di Khirbet al Mafjar, caratterizzato anch'esso da un recinto quadrangolare al cui interno sorgevano i vari edifici?
Se così fosse, allora, potremmo trovarci dinanzi alla ricostruzione approssimata, ma plausibile, del sito originario di Aquisgrana, dove l'edificio (religioso) principale con la doppia abside potrebbe essere stato ricalcato sull'aula regia del palazzo in cui Carlo era solito amministrare la giustizia e, più in generale, tutte le cose che riguardavano lo stato.
Voglio fare ancora un'ultima considerazione su questo passo. Notker si premura di precisare che nei porticati delle case di Aquisgrana chiunque poteva trovare un efficace riparo dal troppo freddo e dal troppo caldo, gelu vel caumatis possent defendi; egli usa il termine cauma, estremamente caldo, vocabolo del latino tardo, desunto dalla Vulgata in cui indica le temperature estreme del vicino Oriente dove visse Gesù. Mi sembra che questa parola poco si attagli ai calori del mare del nord, indubitabilmente ben inferiori a quelli della Palestina. Del resto, mi pare anche alquanto difficile che dei porticati, aperti come sono a tutte le correnti, possano offrire un riparo efficace alle intemperie dell'Europa settentrionale. A mio parere, ciò sembra suggerire un contesto geografico decisamente più mediterraneo…
Ma il tema della meteorologia nell'epoca carolingia e delle sue implicazioni per la localizzazione di Aquisgrana verrà approfondito più avanti dal professore Mancini.
Abbiamo, quindi, visto come poteva apparire la città agli occhi di un visitatore; proviamo ora a raccogliere qualche particolare sugli edifici che la costituivano. I maggiori dettagli riguardano la basilica, intitolata alla Madre di Cristo. È di nuovo Eginardo a parlarcene, sempre nel famoso capitolo sui presagi della morte imminente di Carlo: "si aggiunse a ciò anche un frequente tremare del palazzo di Aquisgrana e un assiduo scricchiolare dei soffitti nelle case dove si veniva trovare. Fu colpita dal cielo anche la basilica dove poi fu sepolto, e una mela d'oro di cui era ornato il culmine del tetto fu distrutta dal fulmine e scagliata supra domum pontificis quae basilicae contigua erat sopra la casa del vescovo che era contigua alla basilica. In questa stessa basilica, in margine coronae sul margine della cornice quae interiorem aedis partem ambiebat che girava all'interno della chiesa inter superiores et inferiores arcus fra gli archi superiori ed inferiori, c'era un epigramma scritto in lettere rosse, dove si indicava chi era l'edificatore del tempio stesso; nell'ultimo verso si leggeva: KAROLUS PRINCEPS. Fu notato da alcuni che l'anno stesso della sua morte, pochi mesi prima, le lettere di PRINCEPS erano talmente sbiadite che quasi non si vedevano più. Ma egli non fece alcuna attenzione a ciò, o mostrò di farne, come se niente di questo lo riguardasse in alcun modo". La chiesa, in cui era venerata la cappa di San Martino patrono dei Franchi e perciò detta Cappella, era dotata, quindi, di due ordini di arcate: quello superiore era certamente il matroneo, cioè la parte riservata alle donne, cui era vietato mescolarsi agli uomini. È interessante il dettaglio che la cornice separante le arcate recava il nome del costruttore della basilica. Dal passo non è chiaro se è lo stesso Carlo oppure no. A mio parere, però, deve trattarsi proprio dell'imperatore. Infatti, Eginardo non nomina mai alcun architetto o progettista: anzi, lascia sempre supporre che tutto sia sotto la supervisione di Carlo; così, del resto, si esprime anche Notker che cita sì un anonimo abate, ma ce lo mostra più che altro come un losco direttore dei lavori: si fa pagare dagli schiavi alle sue dipendenze per liberarli e, sfruttando fino allo stremo quelli che non hanno soldi per riscattarsi, ammassa ingenti ricchezze, lucrando sugli appalti……………tutto sommato una figura molto moderna, direi! Grazie a Dio, questi perisce nell'incendio della sua casa, nell'intento di portare in salvo i suoi tesori, tanto da fare esclamare al Notker che "in tal modo, il giudizio divino vigilava al posto del religiosissimo Carlo laddove egli, occupato negli affari del regno, non poteva essere presente." Fatto sta che Carlo, probabilmente educato dalla brutta esperienza, sembra non rimpiazzarlo con nessun altro.
Tuttavia, chi oggi si reca a visitare la cappella di Aachen, nella suddetta cornice trova scritto, con una certa enfasi peraltro, che l'autore della chiesa è un tale Odo di Metz. Stride il contrasto tra il grande risalto dato a questo signore all'interno della chiesa e il totale silenzio riservatogli nelle pagine scritte dai biografi di Carlo.
Vicinissima alla basilica, poi, si trovava la residenza del vescovo che, anzi, poiché basilicae contigua erat, con ogni probabilità doveva essere stata costruita a ridosso della chiesa stessa. Questo potrebbe fare luce sull'espressione, altrimenti piuttosto oscura, che prima abbiamo visto usare dal Notker: basilica illa divina set et humana: divina, quindi, poiché casa del Signore, ma anche umana in quanto dimora del vescovo di Aquisgrana, nonché del papa quando si recava dall'imperatore. Infine, la mela d'oro sul culmine del tetto della basilica: che forma aveva questo tetto? È nuovamente il Notker ad illuminarci quando, a proposito dell'arrivo di alcuni ambasciatori da quella che egli chiama, con termine classico, Persia ma che è da intendersi l'Iraq della dinastia araba degli Abbasidi, ci racconta che concesse loro "quasi unus de filiis eius, come se fossero i suoi figli, di andare dovunque avessero desiderato". E questi, "ascendentesque in solarium quod ambit aedem basilicae, saliti sulla terrazza che gira intorno alla chiesa, ammirarono gli uomini armati ed i chierici". Sul tetto della basilica esisteva, dunque, una terrazza scoperta quod ambit che girava tutt'intorno, evidentemente, ad una cupola sulla cui sommità era stata posta la famosa mela d'oro. Una particolarità architettonica, questa, che rimanda a quel modello orientale degli Omayyadi di Siria, a cui ho accennato poco fa.
Ancora, Eginardo ci racconta delle virtù cristiane di Carlo tali che "costruì la basilica di Aquisgrana, di multiforme bellezza, e l'adornò d'oro e d'argento, di lucerne e balaustre e porte di bronzo massiccio e aliunde habere non posset non potendo avere da nessun'altra parte colonne o marmi per la sua costruzione, Roma atque Ravenna devehenda curavit li fece portare via da Roma e da Ravenna. […] Procurò alla basilica tale quantità di vasi sacri in oro e argento e di vesti sacerdotali che neppure gli ostiari, che sono gli ultimi nella scala degli ordini ecclesiastici, ebbero mai necessità, durante le messe, di celebrare senza abiti di cerimonia". Una basilica realizzata sontuosamente, dunque, senza risparmio di materiali e di arredamenti, come era facile immaginare. Tuttavia, un particolare mi pare alquanto singolare: Carlo non trova né colonne, né marmi nei dintorni di Aquisgrana tanto che è costretto a depredarli dalle uniche due vere città praticamente non toccate dalla furia delle invasioni: Roma e Ravenna. A scuola ci hanno insegnato che Aquisgrana è l'odierna Aachen, nella Germania nord-occidentale, al confine con il Belgio. Mi chiedo, allora, perché non saccheggiare le numerosissime civitates romane della Gallia, i cui superbi resti fanno ancora oggi bella mostra di sé, che erano decisamente molto più a portata di mano? Perché le colonne di Roma e di Ravenna erano di gran lunga migliori, potrebbe essere la semplice risposta! Devo, però ricordare che il viaggio da affrontare per una tale impresa era, a dir poco, una missione impossibile. Infatti, il trasporto via mare era da escludersi poiché lo stretto di Gibilterra era saldamente in mano agli odiatissimi Arabi, i quali, tra l'altro, infestavano tutto il Mediterraneo con le loro navi più o meno corsare. Del resto, il mare del nord, come vedremo più avanti, era zona di caccia degli altri pirati dell'epoca: i Normanni. Un'altra strada possibile poteva essere raggiungere Marsiglia via mare (ma c'era sempre il rischio dei Saraceni!) o via terra (attraversando gli Appennini), quindi risalire il Rodano fin dove possibile e, poi, proseguire via terra fino ad Aachen. Altrimenti, non restava che l'intero tragitto via terra, lungo oltre 1.400 chilometri, attraversando le Alpi. Oltrepassate le aspre vette, che i cronisti del tempo descrivono sistematicamente come pericolosissime ed insuperabili, occorreva percorrere la Germania del sud, abitata dagli infidi Bavari e, infine, costeggiare le terre dei Sassoni, ancora non del tutto domati. Un percorso meno pericoloso, prevedeva il valico delle Alpi molto più ad ovest e una larghissima deviazione verso la Francia o l'attuale Svizzera. Come si vede, in qualunque caso, una gran faticaccia! Gli storici stentano a trovare una spiegazione plausibile tanto che qualcuno ha cominciato a dubitare che Aachen sia l'Aquisgrana dell'imperatore Carlo. Ciò può sembrare un'enormità, tuttavia la questione è stata aperta sul tavolo degli storici e, allora, proviamo nuovamente a vedere che cosa ci dicono i nostri Eginardo e Notker!
Una considerazione preliminare da fare è che Aquisgrana è nominata assai di rado nelle fonti e, soprattutto, che non si fa mai alcun accenno a dove essa è situata! Questo paradosso, a mio parere, è solo apparente: infatti, per tutto l'alto medioevo la capitale del principale organismo politico dell'Occidente doveva essere nota a tutti tanto che nessuno si preoccupava di raccontare che aspetto avesse e, soprattutto, dove si trovasse. Un po' come se oggi qualcuno si ponesse il problema di spiegare dove è situata con precisione New York o Londra!
Eginardo cita espressamente Aquisgrana in rarissime occasioni: in due casi, pur non fornendo alcun riferimento di tipo geografico, la abbina alla città di Magonza. Infatti, parlando delle moltissime opere miranti al lustro dello stato, che Carlo aveva realizzato nei suoi territori, dichiara che "le più notevoli di queste possono essere giustamente considerate la basilica della Santa Madre di Dio in Aquisgrana, opera di mirabile struttura, e il ponte sul Reno presso Magonza, lungo 500 passi".
Verso la fine della sua opera, Eginardo passa ad elencare i numerosi prodigi che precedono e, in un certo qual modo annunciano, la morte di Carlo. Ci racconta così che "il portico porticus di mirabile imponenza che aveva fatto costruire tra la basilica e la reggia, rovinò improvvisamente fino alle fondamenta, usque ad fondamenta conlapsa il dì dell'Ascensione del Signore. E poi il ponte del Reno a Magonza, quello che aveva fatto costruire con grande industria e fatica di dieci anni in una mirabile struttura di legno, e tale che sembrava potesse durare nei secoli, ebbene arse talmente in tre ore per un fortuito incendio che non ne rimase neanche un'asse, se si esclude quanto si trovava sott'acqua".
In entrambi i passi, l'abbinamento tra i due luoghi potrebbe lasciare intendere all'ascoltatore anche una loro vicinanza geografica. Tuttavia, credo che non sarebbe una conclusione logica: infatti, tale prossimità fisica è solamente supposta, per "accostamento retorico" se mi consentite l'espressione, ma mai effettivamente esplicitata.
Ancora Eginardo, a proposito dei temibilissimi pirati normanni, ci racconta che "il loro re Goffredo era gonfio a tal punto di boriosa fiducia che si era ripromesso di sottomettere al suo potere totius Germaniae tutta la Germania. E, d'altronde, considerava anche la Frisia e la Sassonia nient'altro che sue province. Aveva già ridotto in suo potere gli Abodriti suoi vicini e ne aveva fatto dei tributari; e si vantava addirittura di potere raggiungere in breve Aquisgrana, dove era la corte del re, cum maximis copiis con un grandissimo esercito. Né veniva tolta fede del tutto a quel che diceva, anche se era un vanaglorioso, ché anzi si riteneva che sarebbe stato capace di tentare una cosa del genere, se non fosse stato prevenuto da una morte improvvisa".
In tal caso, appare decisamente più nitida la localizzazione della città in un'area non troppo lontana dalle coste olandesi del Mare del Nord, il territorio di operazioni di Goffredo. Tuttavia, mi sembra che neppure questo passo espliciti in modo del tutto incontestabile che Aquisgrana è situata laddove ci hanno insegnato a scuola. Non mi sembra completamente assurdo, infatti, azzardare che Eginardo, per sottolineare la superbia, ma anche la pericolosità dei Normanni, potrebbe avere fatto ricorso a quella figura retorica nota come iperbole. In altre parole, se ciò fosse vero, egli avrebbe voluto dire che la potenza di questi pirati era talmente grande che minacciava di sommergere tutto l'impero di Carlo addirittura fino alla sua capitale…per lontana che potesse essere, aggiungerei io!
Eginardo è considerato pressoché unanimemente la fonte più attendibile per la biografia di Carlo perché, come dichiara nella prefazione alla Vita Karoli il suo "editore" e amico Valafrido Strabone, "egli ha convalidato quanto scrive con la testimonianza della più certa verità, in quanto a quasi tutte quelle imprese egli stesso aveva partecipato". Ebbene, mi sembra quantomeno singolare che, nell'intera opera di questo grande storiografo, un solo passo appena, e neppure inequivocabile come abbiamo visto, possa essere portato a sostegno della tradizionale identità Aachen = Aquisgrana.
Invero tutti i chierici si apprestavano agli uffici antelucani così pronti che o nella chiesa vel in porticu o nel portico (atrio?), quae tunc curticula dicebatur che allora era chiamato curticula, aspettavano attenti l'imperatore che si apprestava a seguire le solennità della messa.dormendo sulle ginocchia del suo compagno, vide un gigante più grande di quel famoso Antonio affrettarsi dalla corte del re, super rivulum illum per traiectum dopo avere scavalcato il ruscello, verso la casa di questo, trascinando con sé verso ? luoghi più remoti ? un cammello enorme
Fabrizio Cortella