LA SCOPERTA DI AQUISGRANA IN VAL DI CHIENTI

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La storiografia ha delineato Carlo Magno come il prototipo del genio germanico che da Aachen, con conquiste militari e con la Rinascenza carolingia ha fuso in unità le originali energie cristiano-latino-germaniche e liberandone le potenzialità ha posto le premesse per la nascita dell’Europa. Il giudizio può essere condiviso se si elimina da esso un dato leggendario: Carlo Magno costruì Aquisgrana non ad Aachen ma in Val di Chienti nelle Marche, non lontano dal mare Adriatico.

Per la storiografia ufficiale Aquisgrana ed Aachen sono oggi la stessa cosa, ma non c’è alcun elemento che autorizzi tale identificazione, anzi i pochi indizi forniti dalle fonti fanno sorgere grossi dubbi. Eccone alcuni:

A Natale dell’800 Carlo Magno fu incoronato imperatore a Roma, a marzo dell’801 in Aquisgrana rilasciò un documento all’abate di Farfa, nell’aprile 801 era a Spoleto. Non poteva dunque essere uscito dall’Italia.

Widukind (II,1) scrive che Aquisgrana era nei pressi di Julum. La storiografia tedesca lo ha identificato con Jülich, ma in Val di Chienti c’era un antico centro chiamato Julum. Oggi si chiama Giulo.

Notker (I,26) scrive che Carlo Magno nel ricevere a corte un’ambasceria bizantina, si lasciò sfuggire che se non ci fosse stato "quello stagno" a separarlo da Bisanzio, avrebbe potuto mettere le mani sulle ricchezze dell’Oriente. La frase avrebbe senso solo se pronunciata in Val di Chienti, col braccio teso a indicare l’Adriatico.

Ogni anno a primavera Carlo Magno adunava il suo esercito nel Campus Maius. In Val di Chienti c’è ancor oggi una vasta pianura chiamata Campo Maggio. Andrea Bacci di Sant’Elpidio ancora nel 1500 additava nei pressi i resti di un "Palazzo antico" ritenuto per tradizione "il Palazzo di Re Carlo"

Ludovico il Pio fu coronato re in Aquisgrana, non lontano da Ornat. A Ornat, in Italia fu processato il cadavere di papa Formoso nel 897. Aquisgrana era dunque in Italia.

Nel 1166 truppe del Barbarossa calarono in Italia attraversando a scaglioni il Brennero. Il punto in cui in Italia le truppe dovevano concentrarsi era "nei pressi di Aquisgrana".Il Campo Maggio?

Solo ridisegnando l'intero quadro storico dell'alto Medioevo e collegando armonicamente fra loro i dati storici con quelli archeologici e cogli ambienti geografici potrà essere raggiunta l'evidenza del tutto. La conferenza di questa sera vuol essere un invito a rileggere in questa prospettiva la storia dell’alto Medioevo.

Datazione della Cappella di Aachen

La struttura della cappella di Aachen, se si prescinde dalla tradizione che la vuole carolingia, è quella tipica dei primi tempi dell’arte gotica nel sec. XII e offre riscontri con similari edifici renani posteriori al Mille. È addirittura stupefacente la somiglianza che collega l’ottagono di Aachen con un più piccolo ma similare edificio in Ottmarsheim in Alsazia: si direbbe proprio che Ottmarsheim ne sia il prototipo. Non viceversa perché in antico i moduli architettonici trapassavano da uno stile a un altro secondo forme collegabili storicamente e la struttura di Aachen presenta l’accentuato verticalismo del Gotico che Ottmarsheim non ha né potrebbe avere perché risale al 1030, quando il Gotico era di là da venire.

 

Per Notker, il carolingio autore delle "Gesta di Carlo Magno", la Cappella di Aquisgrana fu costruita da maestranze venute dall’Oriente; a costruire la Cappella di Aachen fu certamente Odo di Metz. Bisogna dunque ipotizzare due successive cappelle, quella carolingia di Aquisgrana e quella gotica di Aachen, e poiché la cappella di Aachen non è stata ricostruita su una precedente cappella, le due cappelle vanno tenute distinte nel tempo e nello spazio.

 

Eginardo riferisce che le colonne impiegate nella costruzione della Cappella palatina di Aquisgrana furono prelevate da antichi edifici di Ravenna e di Roma. Il loro trasporto ad Aachen attraverso una Germania ancora priva di efficienti strade, con le Alpi di mezzo, appare inverosimile. Con Aquisgrana in Val di Chienti, a metà strada tra le due ex-capitali dell’Impero romano, la cosa sarebbe diversa.

 

Ci sono buone ragioni per ritenere che l’attuale cappella di Aachen sia un edificio voluto dal Barbarossa perché accogliesse i resti di san Carlo Magno traslati dall’Italia ad Aachen nel sec. XII per motivi politici.

Carlo Magno fu dichiarato santo -beatus- in Aquisgrana a Natale del 1165 da Pasquale III, un antipapa italiano di parte imperiale che mai mise piede in Germania.

Per salvare capra e cavoli si ripete sui manuali di Storia che per canonizzare Carlo Magno in Aachen il papa fu sostituito da Rainald von Dassel, cancelliere dell’impero e dal 2 ottobre 1165 arcivescovo di Colonia. Ma questo è un inventarsi gli eventi storici.

Dagli Annales Aquenses si ricava che l’anno dopo, il 29 dicembre 1166, Carlo Magno fu traslato. Non si dice dove e da dove, ma è ovvio che fu traslato dall’Italia ad Aachen.

 

Di una tale traslazione, certamente fatta in forme spettacolari, anche per ragioni di propaganda politica, non c’è ulteriore traccia nelle fonti, a meno che la traslazione dei Könige, i re (magi) dall’Italia a Colonia, voluta da Rainald von Dassel, non si sia sovrapposta e confusa nella tradizione con la traslazione di san Carlo Magno da Aquisgrana. La sigla C.M.B. con cui nel periodo natalizio si rievoca ancora in Germania la traslazione dei Könige poteva alle origini significare Carolus Magnus Beatus.

 

Il Sacro Romano Impero deutscher Nation

La traslazione di Carlo Magno ad Aachen coincise con un’operazione politica che nella storia è registrata come Translatio Imperii. Poiché gli storiografi hanno sempre identificato Aquisgrana con Aachen sono sempre sfuggite le implicazioni politiche della Translatio Imperii. Non si trattò di un ideale, teorico trasferimento dell’Impero romano dall’Italia in Germania. Si trattò di un’effettiva traslazione dell’Impero dalla sede di Aquisgrana a quella di Aachen. L’Impero continuò ad essere romano ma deutscher Nation, e divenne sacrum perché ne era santo il fondatore. Nacque così il Sacro Romano Impero.

Per capire la necessità politica del trasporto della sede dell’Impero dall’Italia in Germania, occorre ricordare che sul solium o tomba di Carlo Magno in Aquisgrana erano acclamati i "re dei Romani", cioè i re di Germania. Era la necessaria premessa perché potesse poi seguire in Roma la consacrazione imperiale sulla tomba di San Pietro.

 

Ottone I e la "Renovatio Imperii Francorum"

Quando sul trono di Francia venne meno, senza lasciare discendenti, il diretto successore di Carlo Magno, il re di Germania Enrico I progettò un viaggio in Italia per operare coi Franchi e i Sassoni di Aquisgrana la "Renovatio Imperii Francorum".

In Val di Chienti vivevano infatti insieme ai Franchi i discendenti di quei Sassoni che Carlo Magno aveva deportato nella "Francia" delle origini, cioè nel Piceno. Allora la Gallia non era ancora Francia .Fu il territorio di Aquisgrana la "prima sedes Franciae", come riferisce Nitardo (IV,1) e nella locale tradizione popolare il Piceno ha continuato ad essere "Francia" ancora dopo il Mille. Fonti francescane riferiscono che la madre di San Francesco proveniva dalla Francia, che il padre Bernardone andava spesso da Assisi a vendere stoffe in Francia e vi andava Francesco che ne conosceva la lingua senza avere mai valicato le Alpi.

Enrico I era princeps per i Franchi di Aquisgrana e re (non consacrato) in Sassonia, in condizione perciò di riunificare sotto il suo scettro l’intero Regno dei Franchi. Il viaggio in Italia ( a Roma scrive Vidukind, riferendosi forse alla Nuova Roma) fu approvato da Franchi e Sassoni e accuratamente preparato, a giudicare dal rapido successivo susseguirsi degli eventi. Nel frattempo era stato scovato in Inghilterra e consacrato re in Francia Ludovico IV, un ultimo diretto discendente carolingio. Enrico I morì subito dopo ma il previsto viaggio in Italia fu ugualmente realizzato dal figlio Ottone I subito dopo il seppellimento del padre. Ottone I nel 936 venne dunque dalla Sassonia ad Aquisgrana per farvisi proclamare "Re dei Romani" e raccogliere così nelle sue mani l’eredità dell’Impero di Carlo Magno. Widukind ci ha lasciato una precisa descrizione della cerimonia che si ambienta perfettamente nell’attuale San Claudio, collo xystum antistante la cappella palatina, il solium sovrastante lo xystum e le scale a chiocciola per accedere al solium.

 

L’operazione politica fu registrata dalla storia come RENOVATIO IMPERII FRANCORUM e radicò in Val di Chienti i diritti della dinastia ottoniana, che nel Piceno poteva contare sulla massiccia presenza di Sassoni che già Carlo Magno aveva trasferito in massa dalla Sassonia in Francia.

Il prestigio dei Sassoni in Val di Chienti si era affermato già da quando Oda, sorella di Enrico I, era divenuta regina in Aquisgrana avendo sposato Zwentibold, re del rinato regnum quondam Lotharii. Risiedeva in Val di Chienti lo stesso Ottone, padre di Enrico I, almeno dal tempo del matrimonio di Oda, sua figlia; era infatti presente in Aquisgrana quando re Zwentibold ruppe col franco Reginar e inoltre suo nipote Enrico, figlio minore del re Enrico I, era nato in aula regia cioè nel Palatium di Aquisgrana. Ciò potrebbe significare che gli Ottoni appartenevano all’etnia sassone della Val di Chienti e che il re Enrico I era nato e vissuto in Aquisgrana prima della sua ascesa al potere nel 919.

Del resto va ambientata in Italia e non in Germania la vittoria che Enrico I conseguì a Reate o Riade il 15 marzo 933 sugli Ungari. Gli storiografi tedeschi non sono in grado di localizzare Riade in Germania. Reate è il nome latino dell’attuale Rieti in Sabina ed è un fatto che di invasori Ungari nel centro Italia non si sente più parlare dopo l’annientamento nel 933 dei 36.000 Ungari di cui parlano gli Annales Flodoardi.

 

Ottone II e la difficile convivenza tra Franchi e Sassoni in Aquisgrana.

La Renovatio Imperii Francorum creò in Italia una situazione di acuta conflittualità tra i locali Franchi e i Sassoni, impadronitisi del potere in Aquisgrana. Ai tempi di Ottone II la crisi si fece particolarmente acuta.

Nell’aprile del 976, nei pressi di Montecastrilli (apud Montem Castrilocum, come riferiscono gli Annales Laub. et Leod.) ci fu una violenta battaglia tra i Franchi guidati da Carlo, fratello del re di Francia e i Sassoni guidati da Godefrido e Arnolfo. Ne riferiscono con ampiezza di particolari gli Annali di Flodoardo che assegnano la vittoria finale ai franchi, mentre i Gesta Pontificum Cameracensium (1,96) attribuiscono la vittoria ai sassoni. Montecastrilli è stato confuso finora con la località di Mons, nel nord Europa, ma mi sembra non si possa dubitare che si tratta di Montecastrilli, in Umbria, non lontano da Spoleto.

È così anche possibile identificare in Umbria il fiume Agna, oggi Aia, un affluente del Nera nei pressi di Narni, ove nel 974 i franchi Reginar e Lamberto erano stati assediati in Bossud dallo stesso imperatore. La modificazione di Agna in Aia può apparire non convincente da un punto di vista grafico ma da quello fonetico i due termini sono vicini, certamente molto più vicini che non nell’identificazione con Hainaut fatta dagli storiografi d’oltralpe. Sui locali documenti medioevali Montecastrilli risulta territorio delle Terre Arnolfe e questo deriva dal fatto che Ottone II, pur riconsegnando parte degli aviti possessi ai franchi Reginar e Lamberto, lasciò la fortificazione di Montecastrilli nelle mani di Arnolfo, suo fedele.

Nel 978 lo stesso re di Francia Lotario organizzò una spedizione contro Aquisgrana "per impadronirsi di Ottone, o ucciderlo, o metterlo in fuga, e il segreto dell' operazione fu così ben custodito che i partecipanti ad essa non sapevano verso quale obiettivo si marciasse... Avanzavano a corpi d'armata, ognuno con propria insegna distintiva. Passata la Mosa furono creati dei capi centuria che, preposti ad unità di cento esploratori, accertarono diligentemente che Ottone non possedeva forze sufficienti. Proseguendo l'avanzata…, dopo qualche giorno ad Aquisgrana fu annunciato l’arrivo dell'armata di Lotario. Ottone, impossibilitato a difendersi, piangendo, con la consorte Teophanu e i Grandi del Regno abbandonò il Palatium e le insegne regali. Il Palatium fu messo a sacco e "... l'aquila di bronzo che era stata sistemata da Carlo Magno sulla sommità del Palatium fu girata verso il Volturno. Infatti i Germani l'avevano girata verso i Franchi, insinuando che con la propria cavalleria essi potevano sconfiggere i Galli quando volevano... ". Lo scrive Richer nella sua Storia di Francia (III,67)

 

Ho dato rilievo alla cronaca di Richer perché si noti come, anche in un racconto dettagliato com'è il suo, manca qualsiasi riferimento alla collocazione geografica di Aquisgrana. Né la spedizione di Lotario del 978 dalla Francia ad Aquisgrana poteva avere come obiettivo Aachen. Sarebbe bastato un colpo di mano di non molti armati al di là della Mosa per impadronirsene, senza la lunga preparazione segreta, la mobilitazione di interi corpi d'armata, il cauto avanzare di 20.000 uomini in territorio nemico oltre la Mosa, preceduti in avanscoperta da centurie di esploratori. Aachen è a meno di Km 30 dalla Mosa, ma ci vollero più giorni per raggiungere Aquisgrana. Richer precisa che se Lotario "fosse arrivato il giorno prima della fuga di Ottone, avrebbe potuto farlo prigioniero o ucciderlo".

Il potere depistante di Aachen ha indotto qualche storiografo a ritenere il racconto di Richer un parto della sua fantasia e ha fatto scorrere fiumi d'inchiostro per spiegare la nuova posizione dell'Aquila di Carlo Magno girata verso il Volturno. Volturno è un fiume del territorio di Capua e di lì Ottone I aveva chiamato in Val di Chienti il principe longobardo Pandolfo Testa di ferro, facendolo marchese di Camerino e Spoleto e affidandogli così il controllo del territorio, a prevalente insediamento franco. 1 Franchi di Aquisgrana erano stati di conseguenza assoggettati ad un potere militare longobardo sentito come straniero, che si sommava al prevalere politico-militare dei Sassoni. Aver girato l'Aquila carolingia verso il Volturno era per i Franchi di Aquisgrana un modo di esprimere la gioia per l'avvenuta liberazione da Pandolfo, respinto con le sue milizie longobarde sul Volturno, sua terra di provenienza.

 

La "Renovatio Imperii Romani" di Ottone III

Ottone III, di stirpe sassone ma di madre greca (e nonna italiana), fu consacrato re fin da bambino in Aquisgrana e ivi allevato dalla madre, dai Franchi e dal nobile sassone Bernward -come ho chiarito nel mio libro - "La scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti - Ed. Queen, Macerata 1999- L’accettazione della sua sovranità presso il mondo tedesco non fu senza ostacoli. Enrico il Litigioso aveva prima strappato il piccolo Ottone alla madre e ai Franchi portandolo in Sassonia e poi era calato in Italia per farsi consacrare lui stesso re in Aquisgrana. (Thietmar: Francorum terminos adiit..IV,4). I Franchi ne bloccarono la marcia a Bisinstidi, oggi Bisenti, in Abruzzo e il Litigioso, per poter tornare illeso in Germania dovette promettere di riconsegnare il re bambino "alla madre e agli stessi Franchi , come effettivamente avvenne il 29 giugno 985. In seguito fu accolta la richiesta della nobiltà sassone che in Aquisgrana, accanto al re bambino, ci fosse anche un nobile sassone.

Ottone III tentò di operare una radicale svolta politica con la "Renovatio Imperii Romani" in accordo cogli italici della Val di Chienti, chiamati Romani dai cronisti del tempo, e in disaccordo coi suoi stessi Sassoni. Pier Damiani per definire questa nuova realtà politica usò il termine illuminante di Firmensis Monarchia. Firmum, oggi Fermo, era un’antica città romana nei pressi di Aquisgrana.

L’impresa non riuscì. L'imperatore morì giovanissimo in Italia nel castello di Paterno, presso Aquisgrana, e fu fatto seppellire da Enrico II nel presbiterio della cappella palatina di Aquisgrana. Effettivamente egli fu ritrovato mummificato nel 1926 in San Claudio nel preciso luogo segnalato dalle fonti, ma nessuno si rese conto che si trattava di un imperatore.

La "Renovatio Imperii Francorum" di Enrico II

Dopo Ottone III il suo successore Enrico II operò in Val di Chienti un’ultima Renovatio Imperii Francorum in accordo coi locali Franchi e "insciis Saxonibus", senza cioè che i sassoni presenti in Val di Chienti partecipassero alle trattative. Doveva essere un ritorno alla convivenza fra le etnie franca e germanica, ma le cose andarono diversamente. Né Enrico II né i suoi successori risiedettero stabilmente ad Aquisgrana in Val di Chienti e gli antichi ministeria carolingi del territorio di Aquisgrana divennero privilegia imperiali amministrati dalla Diocesi di San Claudio, cioè di Fermo. In assenza dell’imperatore, non furono più in grado di salvaguardare i diritti dell’Impero e controllare politicamente e militarmente il territorio di Aquisgrana né i Franchi, né i Sassoni, né l’imperiale abbazia di Farfa, juris Palatii fin dal tempo di Carlo Magno, indipendente da Roma e da ogni altro potere locale che non fosse quello di Aquisgrana. Ormai facevano irruzione sulla scena della storia italiana i liberi Comuni, protetti dalla Chiesa italiana.

 

La "Translatio Imperii" del Barbarossa

La Translatio Imperii, cioè il trasferimento della sede di Aquisgrana dall’Italia ad Aachen, fu attuata perché l’Italia comunale non era più controllabile militarmente e perché la dinastia francese brigava apertamente, in accordo coi Papi di Roma, per sostituirsi ai tedeschi al vertice dell’Impero. A Parigi il cistercense abate Suger aveva creato in Saint Denis una sede alternativa ad Aquisgrana, ormai relegata alla periferia dell’Impero e nel 1140 i Cistercensi francesi fondarono una loro abbazia "ad Aquas Salvias" in Val di Chienti, che pervenne rapidamente a grandi fortune patrimoniali, anche perché si appropriò dei beni dell’imperiale abbazia di Santa Croce al Chienti e di altri territori già dipendenti da Aquisgrana.

C’era il rischio effettivo che nell’Italia dei liberi Comuni i tedeschi non potessero più scendere ad Aquisgrana per acclamare sul solium i loro Re dei Romani e consacrarli nella Cappella palatina. Con tempestiva energia il Barbarossa operò la traslazione ad Aachen della sede dell’Impero e dello stesso Carlo Magno, dopo averlo proclamato santo. Creando il "Sacro Romano Impero der deutschen Nation" e trasferendo in Germania la cappella palatina e i resti di Carlo Magno toglieva alla dinastia francese ogni giuridica possibilità di sostituirsi ai tedeschi al vertice dell’Impero Romano.

 

La "Nuova Roma" carolingia in Val di Chienti

La collocazione di Aquisgrana in Val di Chienti permette di localizzare anche la "Nuova Roma" costruita da Carlo Magno nei pressi di Aquisgrana. Ne parlano le fonti con ampiezza di particolari. Ad Aachen non ce n’è la minima traccia mentre in Val di Chienti le sue rovine coprono un’ampia zona archeologica, che la cultura ufficiale, fuorviata da Aachen, tenta di avallare come rovine dell’antica città romana di Urbs Salvia, nonostante che presso la popolazione locale sia ancora vivo il tradizionale, antico nome di Roma.

Tra gli scritti carolingi il più ricco in dettagli sulla nuova Roma è il testo già attribuito ad Angilberto (Lib. III). Ne offro un brano in traduzione, dal verso 94:

Dove sta rifiorendo l'Urbe, la "Seconda Roma" coi suoi grandiosi edifici

e tocca le stelle con le sue cupole emergenti al di sopra delle costruzioni,

Carlo Magno, in piedi sulla sommità dell' ARX, indica da lontano

i siti delle varie costruzioni e delinea le MURA della "Futura ROMA".

ordina che ci sia il FORUM, e anche il SENATUS, inviolabile per legge,

dove i senatori fissino i diritti del popolo, si occupino delle leggi,

ed emanino ordinanze da rispettare come sacre.

Le maestranze lavorano alacremente: chi ricava colonne da massi adeguati

chi fa rotolare con le mani massi ingenti.

Scavano un PORTUS, gettano le profonde fondamenta del THEATRUM,

coprono le costruzioni con alte cupole.

Altri rintracciano le sorgenti calde delle THERMAE, recingono con muri i BALNEA… .

Si tratta della creazione di un’autentica nuova città carolingia, costruita dalle maestranze fatte affluire da Carlo Magno in Val di Chienti dall’Oriente bizantino o dai territori orientali caduti sotto il controllo islamico.

Notker riferisce (I, 28) che quando Carlo Magno costruì in Aquisgrana alla fine del sec. VIII la Cappella Palatina, oggi San Claudio, affluirono ad Aquisgrana "maestranze da tutti i paesi al di là

del mare" e la sua affermazione trova precisi riscontri archeologici in Val di Chienti. Tra i vari edifici fatti costruire da Carlo Magno nella "Nuova Roma" carolingia ce n’è ad esempio uno con arcate sassanidi, cioè con due centri di curvatura, ignoti all’architettura romana. L’edificio ha tutto l’aspetto di un bazar o mercato orientale in versione carolingia. I suoi costruttori si erano dunque formati in cantieri della Siria islamizzata, ove l’arco sassanide era penetrato dopo la conquista dell’Iran.

 

I prototipi dell’architettura carolingia

Maestranze orientali costruirono anche la cappella palatina di Carlo Magno, cioè l’attuale San Claudio. Il suo prototipo architettonico è l’orientale Frigidarium ommayade di Khirbet al Mafjar presso Gerico, solo che l’interno della cappella di Aquisgrana fu suddiviso in due identici piani sovrapposti. Si configurò così al piano superiore un matroneo per le dame di corte, a imitazione degli edifici sacri della corte di Bisanzio.

Nel Piceno esistono altri edifici stilisticamente e tecnicamente simili a San Claudio. Non ne trovo di simili in nessun altro angolo d'Italia. Un caso fortunato mi ha fatto però scoprire che in Europa un altro edificio simile a San Claudio c'è in Francia, nei pressi di Orleans. Si tratta dell'oratorio o cappella di Germigny des Prés che risale certamente all'epoca carolingia perché lo fece costruire Teodulf, un dignitario ecclesiastico della corte di Carlo Magno.

 

La cappella di Germigny è un pilastro portante della mia tesi: del tutto simile a San Claudio, dovrebbe anche essere del tutto simile alla cappella palatina di Aachen, se Aachen fosse l'Aquisgrana carolingia. Teodulf , costruttore di Germigny, afferma di averla fatta costruire "instar eius quae in Aquis est", simile cioè alla cappella di Carlo Magno in Aquisgrana. Per quanto riguarda Aachen, questo non è per niente vero. La somiglianza tra Germigny e San Claudio è nettissima sia nella pianta che nell'alzato, ma una somiglianza con Aachen è da escludere nel modo più assoluto. Dal confronto risulta evidente che i due edifici non hanno nulla in comune, quindi delle due l'una: o Teodulf afferma il falso scrivendo che per costruire la cappella di Germigny prese a modello l'antica cappella carolingia di Aquisgrana o San Claudio ha più probabilità di Aachen di essere l'antica cappella di Carlo Magno.

Per la storiografia non ci sono mai stati dubbi: Teodulf è in questo caso inaffidabile perché o si è espresso male o dice bugie. Purtroppo, quando la cultura del Romanticismo tedesco nel 1800 rivalutò il Medioevo, si configurò l'Alto Medioevo sul pregiudizio che Aachen e l'Aquisgrana carolingia coincidessero, fossero la stessa cosa, per cui ogni volta che nelle fonti ci si imbatté in notizie in contrasto con la tradizione di Aachen le considerarono bugie o inesattezze. Così Aachen ha potuto tranquillamente continuare a passare per Aquisgrana senza alcuna concreta prova in suo favore, né geografica, né storica, né archeologica.

 

Conferme storiche alla tesi di Aquisgrana in Val di Chienti

Gli eventi medioevali trovano conferma nei resti archeologici carolingi della Val di Chienti. Notker nella sua opera (Lib. 11, cap. 8) inserisce, tra i tanti aneddoti su Carlo Magno, anche il racconto di ambasciatori orientali che raggiunsero Aquisgrana e ottennero da Carlo Magno che "quasi unus de filiis suis, ubicumque vellent ambulandi et singula quaeque perspiciendi licentiam haberent". Essi, usufruendo dunque in Aquisgrana della stessa libertà di cui poteva godere un figlio di Carlo Magno, salirono "in solarium quod ambit aedem basilicae et inde despectantes clerum vel exercitum…" proruppero in esclamazioni di ammirato stupore.

Attorno alla cupola, altrove documentata, c'era dunque in Aquisgrana, sulla sommità della basilica palatina, una terrazza (solarium) che la ricopriva, girando intorno (ambit) alla cupola centrale. È la situazione ancora verificabile in San Claudio al Chienti, già coperta da una terrazza con al centro una cupola, ma non in Aachen, ove la cupola copre tutto il vano sottostante e non lascia spazio per una terrazza che le giri intorno. Oggi la cupola carolingia in San Claudio non esiste più ma un suo pennacchio lo si vede murato sull’angolo destro esterno.

Quella di Notker è una annotazione precisa e dettagliata, che basterebbe da sola a mettere in dubbio l'ascendenza carolingia della costruzione di Aachen. Come mai una notizia così importante ha potuto essere accantonata? Semplice: si è detto che Notker racconta bugie, perché ad Aachen una terrazza non c'è.

 

Gli storiografi ricorrono a un tale depistaggio ogni volta che si tratti di neutralizzare una fonte in contrasto con la tradizione di Aachen. Finora Aachen ha avuto buon gioco non perché abbia dalla sua chissà quali prove documentarie o riscontri archeologici. Non ha assolutamente nulla. Solo che la carolingia Aquisgrana doveva pur essere localizzata in qualche posto e la Translatio Imperii aveva fatto della Cappella di Aachen la nuova Aquisgrana, trasferendovi i resti di Carlo Magno.

Per quanto riguarda l'esistenza di prove in favore di Aachen, c'è solo da dire che esse non esistono. Nel sottosuolo di Aachen non c’è traccia né di una nuova Roma né del Palatium, che si suppone scomparso perché assorbito dalle fondamenta del Rathaus, e la planimetria che si trova riprodotta sui manuali di storia dell’arte è solo una ricostruzione immaginaria dell’antico complesso carolingio, anche se derivata da dati attinti dalle fonti.

Aquisgrana, data l'importanza che assunse nel sec. IX, è naturalmente molto citata nelle fonti ma non c'è un solo esplicito passo che la localizzi geograficamente in una delle tre province dell'Impero carolingio: in Germania, o in Francia, o in Italia. In epoca carolingia tutti sapevano dov'era e nessuno scrittore dell'epoca si è preoccupato di localizzarla.

 

Un esempio in merito. Pochi anni dopo la morte di Carlo Magno, Claudio vescovo di Torino scriveva: "Appena divenuto vescovo, come sono cresciuti i miei impegni...D'inverno, quando devo correre su e giù per le strade che portano al "Palatium", non posso applicarmi ai miei amati studi. E da metà primavera devo prendere con le mie pergamene anche le armi e devo muovermi lungo la costa, in guerra contro Saraceni e Mori. Di notte combatto, di giorno maneggio la penna e i libri

Il passo, quando lo lessi la prima volta mi parve sconcertante. In inverno, su e giù fra Torino e Aquisgrana! Inconcepibile, anche prescindendo da dove fosse Aquisgrana, se in Val di Chienti o ad Aachen. Ma poi ho scoperto che in Val di Chienti c'era una civitas chiamata Torino e Claudio era evidentemente vescovo di questa Torino, che oggi si chiama Pieve Torina. Sia Aquisgrana che il mare erano a breve distanza e gli andirivieni invernali si spiegano col fatto che Ludovico il Pio svernava abitualmente ad Aquisgrana. Il passo dà la misura del disorientamento che regna nella storiografia e nella geografia carolingia quando non può avere come punto di riferimento la Val di Chienti.

 

Si pensi al "Capitulare de Villis" il più famoso tra i capitolari carolingi. Presenta un territorio con al centro un Palatium, residenza del Re e della Regina dei Franchi; sul territorio risiede il Conte di Palazzo; i cappellani della Cappella palatina ufficiano varie chiese del territorio; il territorio è suddiviso in Ministeria dipendenti dal Palatium. Si sa che Ludovico il Pio "riordinò il proprio Palatium e riorganizzò i diversi Ministeria di Aquisgrana". Il territorio del Capitulare è dunque quello di Aquisgrana, senza ombra di dubbio. Aquisgrana però nel Capitulare non è mai nominata e poiché il documento si chiude con un elenco di specie vegetali da coltivare "in loco" che richiedono un habitat mediterraneo, gli studiosi hanno concluso che non può trattarsi di Aachen. Hanno perfettamente ragione. Si tratta di Aquisgrana in Val di Chienti, anche perché è documentabile che la Val di Chienti nel Medioevo era suddivisa in Ministeria e vi sorgeva un palazzo carolingio. È un caso unico in Europa: solo nel Piceno carolingio e zone contigue vi erano ripartizioni territoriali chiamate Ministeria.

 

Verso il 790, quando Carlo Magno costruì la nuova cappella palatina, Alcuino da Aquisgrana si recò in Inghilterra, suo paese natale, e di lì scrisse a Joseph, un suo alunno irlandese, lamentando che non disponeva di vino e che la pessima birra inglese gli stava rovinando lo stomaco. La lettera si chiude con l'augurio di poter tornare e rivedere la novam cappellam inter vineta. Gli sorrideva l'immagine della Val di Chienti ove tra i vigneti sorgeva la cappella di Aquisgrana.

L’espressione "novam cappellam inter vineta" è di cristallina chiarezza, in linea coi precedenti accenni al vino che in Inghilterra mancava, ma per i commentatori è un passo oscuro. Hanno le loro ragioni. In epoca carolingia esisteva una sola "cappella", quella di Aquisgrana, e derivava il nome dal fatto che custodiva la cappellam o mantello di San Martino, il santo più venerato dai Franchi. Gli ecclesiastici preposti alla custodia della "cappella" si chiamavano "cappellani" per la stessa ragione.

Per gli storiografi la cappellam inter vineta non può alludere ad Aquisgrana, perché ad Aachen le viti non allignano. Ricorrendo alla solita tecnica depistante, ecco come sono riusciti a chiarire quel che era oscuro! Hanno tolto una "p" a cappella, facendola diventare capellam cioè capretta. Il prof. Stefen Allot può perciò tradurre: "May we still see in you the young kid among the vines". Per scrupolo da erudito precisa però in nota: "Or a new chapel in the vineyard – the reference is obscure ". Molto convincente! A me resta solo il dubbio perché Joseph, irlandese di sesso maschile, dovrebbe essere una giovane capretta o non piuttosto un haedulus, un giovane capretto!

 

Un ultimo rilievo. L’arcivescovo di Milano Ariberto, che già a marzo del 1026 aveva consacrato re d'Italia Corrado Il, entrato in contrasto con lui decise di coronare un francese, il conte di Champagne Odo: "Secreta igitur legatione suggerit Oddoni, potenti Franchorum comiti, ut se favente arripiat Regnum Italiae". Lo riferisce nei suoi Gesta (II ,14) Arnolfo di Milano. Era l'autunno del 1037 e Odo accettò "corde elato", cioè con entusiasmo. Si mise in marcia e preannunciò con orgoglio che avrebbe festeggiato il Natale nel Palazzo di Aquisgrana: "Aquisgrani Palatium invadere decrevit seque ibi Nativitatem Christi sessurum prejactavit". Ce ne informa l'annalista Saxo all'anno 1037. I commentatori sorvolano sul fatto che la campagna d'Italia di Odo includeva fra gli obiettivi anche la conquista di Aquisgrana.

Mi viene in mente una storiella su cui a suo tempo ho sorriso e che farà forse sorridere anche voi. Un famoso predicatore intratteneva i fedeli sull'episodio del vangelo di Matteo VIII, 9 in cui il centurione di Cafarnao dice a Gesù: "Io ho dei soldati sotto di me, dico a questo: va' ed egli va; e a quello: vieni, ed egli viene". Dall'alto del pulpito, nella foga oratoria al celebre predicatore uscì detto: "Dico a questo: va' ed egli viene; e a quello: vieni, ed egli va". Un po' come il conte Odo: 1’arcivescovo di Milano gli dice: vieni in Italia, ti faccio re! Lui accetta con entusiasmo e si mette in marcia ... per andare ad Aachen!

I terremoti ad Aquisgrana

Va categoricamente escluso che Aquisgrana potesse trovarsi a Nord delle Alpi. Prendiamo ad esempio i terremoti. Le fonti citano per Aquisgrana frequenti scosse telluriche. Posso citare quelle dell'803, dell'814, dell'823, dell'829. Aachen, come tutta la Germania, non è in zona sismica. Se qualche volta è scossa da leggeri movimenti tellurici, essi sono rilevabili solo con adeguata, moderna strumentazione e quindi non percepibili dagli scrittori che ce ne hanno tramandato il ricordo. Va da sé che i terremoti sono elementi indiscutibili per concludere che Aquisgrana era in zona mediterranea, non in Germania.

 

Conclusione

Io so che la prospettiva storica configuratasi con la scoperta dell'autentica Aquisgrana è inattaccabile perché vera e che i medievisti non hanno elementi per demolirla; temo però che non ci si può aspettare da essi alcun contributo o riconoscimento, almeno per il momento. Per la sensibilità dei tedeschi Aachen costituisce un mito a cui non possono rinunciare a cuor leggero, né al momento possono fornire contributi i medievisti italiani. Il sisma culturale della scoperta di Aquisgrana in Val di Chienti scuote le basi di tutte le discipline storiografiche relative all'Alto Medioevo e produrrà rovine tali che l'opera di ricostruzione sarà lunga e complessa. Le conseguenze sono a tutt'oggi inimmaginabili ma la personalità di Carlo Magno e il contributo da lui dato alla nascita dell'Europa andranno certamente ritoccati in dettagli non proprio marginali.

Franchi, Sassoni, Longobardi e Italici convissero per almeno due secoli in Val di Chienti e tra queste diverse etnie ci fu un interscambio linguistico, letterario e culturale prima ancora che in Europa si differenziassero le entità nazionali di Francia, Germania e Italia. La Val di Chienti svolse nell'Alto Medioevo la funzione di centro unificatore in Europa di una comune sensibilità culturale, religiosa e politica, necessario presupposto alla nascita di un'unitaria civiltà europea; vi nacque anche l'architettura carolingia, necessario presupposto allo sviluppo della grande arte romanica.

Nel sec. IX la Val di Chienti fu in Europa il crocevia delle civiltà emerse dalla disgregazione dell'Impero Romano. Le vie del mare le permisero rapporti con Costantinopoli e con Bagdad, da dove il califfo Arun al Rascid inviò a Carlo Magno ricchi doni tra cui anche un elefante vissuto sul Chienti per molti anni; sono anche documentati rapporti con la Palestina, da poco assorbita nella civiltà islamica, e da dove Carlo Magno fece affluire i "forinseci" citati nel Capitulare de villis, cioè le maestranze che gli costruirono il Palatium e la Nuova Roma.

Le vie di terra, la francigena che si snodava lungo le regioni tirreniche fino a raggiungere la Gallia e la germanica che valicando il Brennero penetrava in Italia e si congiungeva con la romea furono percorse da merci e mercanti , da armate franche o germaniche, dagli araldi della nuova religione e civiltà cristiana. E dall'interferire di questi e altri fattori nacque l'Europa.

Il sec. X fu vissuto da Aquisgrana tra bagliori di guerra per i confronti armati tra Franchi e Germani e tra bagliori di guerra iniziò il secondo millennio quando, dopo un periodo di collaborazione tra la "Nuova Roma" e Ottone III, i "bacularii romani" ( i locali "vergari") insorsero in armi contro i Sassoni.

Dopo il Mille , quando l’Europa si era definitivamente scissa nelle tre entità autonome di Francia, Germania e Italia, il Piceno divenne una Marca nel pieno significato politico-territoriale del termine, quasi un'isola culturale a se stante, chiusa tra l'Appennino e l'Adriatico, divenuto nel frattempo un lago veneziano. Ma nell’Alto Medioevo non era stato così. Il territorio che oggi corrisponde al Maceratese era stato il cuore pulsante di un'Europa giovanissima e multietnica che crescendo avrebbe assunto il ruolo di civiltà trainante dell'intero pianeta.

 

Ho finito. Non ho formulata una teoria astratta ma ho ricompattato dati storici, archeologici, geografici. Ringrazio il sig. Horst Müller che mi ha invitato a questo simpatico incontro culturale e ringrazio voi che mi avete ascoltato. Non pretendo di essere creduto sulla parola; mi auguro solo di aver suscitato interesse per un problema di enorme rilevanza culturale. La storia della Val di Chienti è parte integrante della storia della Germania e la cultura tedesca è la più indicata per affrontare adeguatamente il problema.

Giovanni Carnevale

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